È
un sabato pomeriggio di fine ottobre, il sole batte caldo sulle
schiene e sul sintetico: del campo, dei maglioni, della divisa giallo
fluo che il portiere indossa, numero 12 sul retro. Il portiere,
quello là, lontanissimo a tentare di coprire una porta gigante, è
mio figlio.
È
un sabato qualunque del 2021, e lo osservo da bordo campo. Era
parecchio che non capitava - da qualche anno tendo a disertare in
favore di mostre o mercati in compagnia del più piccino -, e mentre
lo guardo penso a questa cosa che è il calcio dei bambini e poi dei
ragazzini, il calcio che cresce, i ruoli che cambiano, le calze di
spugna sempre più strette, i tornei infiniti nei posti brutti col
puzzo delle salamelle alla brace che ti si appiccica addosso, 7 anni,
i bambini che a settembre fai la conta di quelli che sono andati e
venuti, 7 anni, sono 7 anni che gioca, più di metà della sua vita.
È
un sabato d’autunno ma qui nessun foliage
da ammirare: siamo ai confini tra la città e l'hinterland, intorno
arterie di traffico, vecchi palazzoni cresciuti tra i 70 e gli 80,
scheletri di fabbriche che son rimaste a produrre solo un’idea di
tristezza, nuovi edifici di classe A che ospitano rapper famosi in
cerca di periferie addomesticate da guardare con la prospettiva di un
terrazzone a loggia e la domotica.
In
questo sabato tiepido a bordo campo rivedo la sua storia di
apprendista calciatore come un nastro riavvolto. Rivedo il bimbetto
di 5 anni coi calzettoni arancione mezzi calati, ché la precisione
non è mai stata il suo forte. Corre, ma ogni tanto si sdraia in
campo e guarda verso il cielo, mentre suo padre cristona da lontano.
E’
pigro,
dico io. Lo
attacco con una corda al motorino e lo faccio correre finché non
m’implora di fermarmi,
risponde lui, con la consueta pacatezza e il senso della misura che
lo contraddistinguono.
Ha fatto anche dei goal, quel bimbetto,
qualche volta, in qualche partita, ma a un certo punto sceglie di
fare il portiere, perché - sospetto - gli piace stare dentro le cose
ma anche un po’ fuori, essere in una squadra ma con diversa divisa,
adottare una prospettiva privilegiata. Privilegiata un cazzo, se
ripenso a tutte le volte in cui mi sono tappata gli occhi con le mani
mentre gli avversari sferravano l’attacco, lanciandosi a bomba
verso la sua porta, mentre partiva una palla che poteva andare
ovunque, poteva essere goal, poteva schiaffeggiargli la faccia e
l’orgoglio: l’occhio della madre, direte voi, sì, ma la madre
del portiere, aggiungo io. Quella che ogni sabato chiede “quanti ne
ha subiti?” e mai “quanti ne ha parati?”.
Rivedo
il bimbo già grandicello, 9 anni o giù di lì, dimenticarsi i pezzi
in spogliatoio, uscire coi capelli fradici mezzi impiastrati di
shampoo, le pelle del viso brasata in luglio perché lui non è un
portiere da cappellino. Rivedo le settimane con tre allenamenti, i
sabati e le domeniche ingolfati di partite, la coppa che una volta ha
vinto “per fair play”. Riascolto le prediche di suo padre
sull’impegno e sul carattere, la mia domanda ripetuta all’infinito
“sei sicuro di voler giocare a calcio anche quest’anno?”.
Quest’anno, 7 anni.
Al sole di questo sabato ripenso alle borse
sempre umide, ai guantoni con la gomma che si sventra e decade, ai
pallini neri ovunque del sintetico, ai pelucchi d’erba finta che
s’incastrano nella trama dei calzettoni e non se ne vanno mai. Ai
tacchetti, ai parastinchi, alle convocazioni un’ora prima
dell’inizio in posti improbabili della pianura tossica e nebbiosa,
agli allenatori che ha avuto. Quelli bravi, appassionati e giovani;
quelli disonesti e spocchiosi; quelli capaci di insegnare solo a chi
è già dedito; quelli mediocri che almeno non fanno danni (o forse
sì?); quelli che bastonano, alla Jeff Turner.
E
nel frattempo hai 12 anni, hai cambiato squadra, divisa, compagni,
orari, hai il 43 di scarpette, e lo spazio si è dilatato a
dismisura: hai iniziato a giocare a calcio a 11, e il campo sembra
proprio quello di Holly e Benji, dove corri, corri, e la porta non
arriva mai. Tu stai lì, dove hai scelto di stare, una figurina alta
e bionda tra i pali, per terra non ti sdrai più ché l’allenatore
di adesso è un po’ matto, meglio non sfidarlo, ma ogni tanto lo
sguardo vaga in alto lo stesso, ne sono sicura, anche se sei troppo
lontano e non lo vedo, anche se non vengo a vederti quasi più.
Tu
stai lì, dove hai scelto di stare, per incoscienza o per coraggio,
stretto nella tua maglia fluo col numero 12, il campo è gigante, la
porta da difendere sembra sconfinata, hai paura ma non si vede: è un
sabato pomeriggio di fine ottobre, il sole batte caldo sulle schiene
e sul sintetico, e il foliage
sei
tu, con tutti quei goal subiti e parati che ti porti addosso,
splendido arbusto in mutazione. E’ stato bello (ri)vederti. Però
sabato prossimo vado con tuo fratello al mercato, a comprare le
zucche.