venerdì 7 ottobre 2016

Sette

Qualcuno dice che crescere sia la cosa più difficile del mondo.
Perchè ci obbliga a lasciare le nostre zone di conforto, a esporci, guardarci nuovi, non riconoscerci.
Perchè non si smette mai, e chi s'illude di aver finito semplicemente si perde il meglio.
Ma ultimamente penso che ci sia qualcosa di più difficile del crescere: veder crescere.
Una cosa da diventarci matti, che contiene in sè tutto il mistero dell'evoluzione del genere umano.
Sono sette anni oggi, Bruco, che ti vedo crescere, e non mi capacito.
Non di "quanto sei cresciuto", che queste son cose da vecchie zie - con tutto che hai quasi il mio stesso numero di piedi ed è una cosa abbastanza inquietante.
Quello di cui non mi capacito è la distanza che il tempo ha messo tra noi: inseparabili prima, poi vicinissimi, poi vicini, poi sempre meno, fino a non riconoscere a volte certi tuoi modi di fare, alcune passioni, determinate espressioni. Che fino a un certo punto mi pareva proprio di sapere tutto, sapere esattamente da dove proveniva ogni cosa di te.
Ma dice che è così che funziona, che per crescere bisogna anche differenziarsi, allontanarsi, separarsi.
Cosa ti devo dire, ragazzino mio? I grandi amori sono difficili da gestire, sia quando ti bruciano col loro calore, sia quando la distanza spezza le fibre di legami che non sembrava possibile intaccare.
Ti vedo scalpitare a volte, ti vedo allenare quelle ali ancora piccole che ti sono spuntate, ti ascolto ferirmi con quelle risposte che a volte mi dai, mi ascolto ferirti con mille rimproveri, e lo so, ti ho ferito cento volte più di quanto tu abbia fatto con me, nel tentativo tutto sghembo di aiutarti a crescere.
Che poi, chissà in che modo si può aiutare qualcuno a crescere, sono ancora qui che me lo chiedo.
Prima era semplice: darti da mangiare e giocare con te, non serviva altro per farmi amare alla follia.
Eravamo noi due.
Adesso il nostro mondo si è popolato a dismisura: di persone, di contesti, di abilità, di doveri, di strutture. Una montagna di cose, tutta costruita sopra quell'amore puro che era tutto ciò che avevamo quando sei nato. Una montagna che finisce per nasconderlo, inutile negarlo, e ci pesa sopra come un macigno, certi giorni.
Ma è tutto lì, nascosto ma inalterato, e forse l'unica cosa che vale davvero la pena insegnarti, per aiutarti a crescere, è come andartelo a prendere tutte le volte che ne avrai bisogno.
Tanti auguri, Bruco. Dal profondo di quell'amore puro, che per fortuna qualcuno mi ha insegnato ad andarmi a prendere quando ne ho bisogno.

venerdì 15 aprile 2016

Da grande

Tutti, da piccoli, abbiamo pronunciato la frase "da grande voglio fare...", seguita dalle professioni più disparate. Succede poi che qualcuno lo fa davvero, quello che aveva detto di voler fare, ma nella maggior parte dei casi si finisce a fare tutt'altro.
Io ad esempio ricordo che quando me lo chiesero in prima elementare risposi "l'attrice", e proprio quell'anno debuttai sul palco della scuola nel ruolo di Jimmy, il porcellino saggio, all'interno della messinscena di "Insalata di favole". Hai detto niente. Avevo 6 anni.
Poi sono cresciuta, e ho iniziato a cambiare mestieri: archeologa (manco a dirlo, colpa di Indiana Jones), architetto, biologa marina. Ho cambiato un sacco di mestieri, senza mai includere l'unico che mia madre desiderasse veramente, che era "il dottore". Vuoi mettere avere un dottore in famiglia? Con tutto il rispetto per i Jimmy del mondo.
Poi è successo che ho iniziato a leggere, e a scrivere, a leggere leggere leggere, e scrivere scrivere scrivere, e mi sono iscritta a Lettere. La Facoltà dei cazzeggiatori romantici, la Laurea dei "ma poi che lavoro fai", e soprattutto gli Studi di quelli che sanno a memoria le poesie di Guido Gozzano sapendo che a nessuno frega assolutamente niente di questa cosa. Nè tantomeno di Gozzano, e delle sue poesie.
(per inciso, io quei quattro anni li rifarei da capo pari pari perchè ad oggi sogno di fare esattamente quello che facevo in quei tempi, ovvero leggere e scrivere, e basta).

Adesso che ho un figlio seienne, la fase del "cosa farò da grande" è tornata abbomba.
Il Bruco, oltre a non aver capito esattamente che lavoro fanno i suoi genitori, ha cominciato a fare elucubrazioni sul suo futuro.
Il ragazzino è parecchio in ansia, perchè non riesce a dare un nome ai vari lavori esistenti nel mondo.
Prima ha voluto sapere che lavoro fanno quelli che salvano i panda e le tigri dall'estinzione.
Poi ha voluto sapere che lavoro è lo psicologo, e io gli ho risposto d'istinto che è il dottore dei pensieri, ma temo di averlo turbato ulteriormente.
Infine, ieri, si è pronunciato.
"Mamma, io da grande voglio fare il tecnologico!"
"Il tecnologico? Ma in che senso, Bruco? Che mestiere è?"
"Voglio fare come Leonardo Da Vinci. Quello che inventa le cose"
Io sono caduta dalla sedia.
L'Interista si è limitato a razionalizzare: "ma è ovvio, vuole fare l'ingegnere"
Io sono caduta dalla sedia di nuovo.
Perchè con tutto il rispetto per gli ingegneri, una che ha debuttato come Jimmy il porcellino saggio e adesso cazzeggia scrivendo online, il figlio ingegnere non lo può proprio concepire.
"No ma dico, guardalo. E' troppo fico per fare l'ingegnere. Poi ha sempre la testa tra le nuvole, non è mica il suo"
E niente, mi sono sorbita la ramanzina dell'Interista che mi spiegava che i genitori non devono mai avere delle aspettative, proiettare sui figli etc etc etc.
Poi mentre mi spiegava tutta questa storia, che io già la so ma poi metterla in pratica è proprio un'altra cosa, arriva il cucciolo di casa (cucciolo di iena, s'intende) che si lancia dal divano urlando come una scimmia impazzita.
"Guardalo! Guardalo! Lui da grande farà chiaramente il wrestler!" esclama trionfante, con lo sguardo illuminato dall'opzione fisica intravista nel figlio.

Niente. Qualcosa mi dice che tra una ventina d'anni, con un figlio ingegnere e uno lottatore di wrestling, avrò bisogno di un dottore di pensieri.
Magari uno dei vostri figli, che da grande sarà diventato quella cosa lì.

venerdì 1 aprile 2016

Scene da un manicomio

A volte la quotidianità è faticosa. Più raramente è lieve, spesso complicata, e non sempre si riesce a guardarsi dal di fuori. E forse è meglio così. Perchè a volte, quando ti fermi e guardi dentro casa tua come se fossi uno spettatore, ti accorgi che non è la fatica l'elemento predominante. Nè la logistica assurda, nè la levità. E' la follia, quella pura, senza compromessi.
Io non vivo a casa di Orlando. Io vivo in una gabbia di matti.

Ieri, dal panettiere.

- Enea, vuoi una focaccina?
- No, bignè.
- Guarda che diventi ciccione. Io te lo dico, cocco di mamma tua. Non si può essere golosi come sei tu. Vuoi una pizzetta?
- No, bignè. Due bignè.
- Mi fa piacere che tu abbia imparato a dirlo così bene. Facciamo un biscotto di frolla?
- Signora, bignè. (niente, gli manca solo il portafogli ormai)
Interviene il Bruco.
- Mamma, io te lo dico: se gli compri il bignè mi devi comprare il raccoglitore con i 4 anelli che si aprono contemporaneamente!
- Ma scusa Orlando cosa c'entra?
- Perchè non è giusto che accontenti lui e me no. Io non voglio il raccoglitore che devi aprire gli anelli a due a due come quello che mi hai comprato!
- Bruco, ma stai scherzando vero? Ma cosa cambia?
- Dai, mammaaaa... faccio troppa fatica se devo chiuderne due alla volta.
- Scusi, signora, mi dà due bignè? Anzi faccia quattro. Ne mangerò due alla volta e non tutti e quattro insieme, anche se mi costerà molta più fatica.

Ieri sera, a casa d Orlando.

E' sera, pericolosamente tardi, l'ora della nanna è scoccata da un po' mentre il caos regna, la tavola non è sparecchiata, il Bruco continua a lanciare la palla ovunque.
Enea appena pigiamato si divincola dalle mie braccia mentre cerco di portarlo in camera e scappa in preda a un raptus.
Torna brandendo una maglietta di non so quale giocatore nerazzurro.
"Mette malietta, mette malietta, mamma"
Io inizio a dare i numeri.
"Nooooooo devi andare a nannaaaaaaa, adesso bastaaaa, è tardissimoooo... interista, aiutami ti prego!"
Lui non si palesa, ma dalla cucina arrivano queste parole, con un tono pacato che manco Sai Baba.
"Tranquilla, è lo spirito di Peppino Meazza che si è impadronito di lui. Quando fra quindici anni lui sarà in serie A e tu alle Maldive, allora capirai".

Beh, gente. Io vi sto vedendo ridere. Sto anche vedendo che voi pensate che io mi inventi tutto.
Ma il fatto è queste cose sono accadute veramente. E soprattutto, non c'è un cazzo da ridere.

venerdì 26 febbraio 2016

Due

Due come gli schiaffi che rifili a tuo fratello ogni volta che si avvicina per darti un bacio.
Perchè hai un carattere ruvido e schietto, e su questo temo ci sia poco da fare.

Due come le due volte all'ora in cui ti svegli la notte, perchè riposarsi troppo a lungo non è proprio nel tuo stile, e la guardia, si sa, un guerriero che si rispetti deve sempre tenerla alta.

Due come i denti che ti mancano per essere un bambino quasi grande, due come i tuoi giochi preferiti, due come le volte che ripeti ogni parola nuova che hai imparato.

Due, quattro, otto, duecentomila, come le volte che devo ripeterti le cose, che poi tanto non mi ascolti e fai di testa tua, perchè sei caparbio e cocciuto, e nessuno può farti cambiare idea se ti sei messo in testa qualcosa.

Due come le scarpe che non vuoi mai infilarti, come le ore che ci metto ad addormentarti, come i "terribili due" che interpreti fedele al manuale del perfetto pestifero.

Oggi sono due anni che sei con noi, già due, solo due.
Due faticosissimi, due emozionanti, due pazzi anni.

Quando sei nato mi sono detta: "Due anni, devo resistere i primi due anni, e poi si inizia a vedere la luce fuori dal tunnel". Ma avevo esperienza di un Orlando, dolcissimo, insonne ma sognatore, pensieroso ma capace di esprimersi a perfezione in tanti modi. 
Non avevo fatto i conti con te.

Te che negli ultimi 30 giorni hai:

- affiancato una vecchietta col bastone e tentato di sottrarglielo
- colorato con pennarello verde le prime 20 pagine dell'edizione rara de Lo Hobbit di tuo fratello
- schiaffeggiato una delle guide della Fondazione Prada che si era chinata a dirti "ciao bel bambino"
- divelto la barra portasciugamani del bagno e sferrata in testa a tuo fratello, lasciandogli un buco a un centimetro dall'occhio
- alzato di soppiatto a 250° il forno mentre cuoceva una torta infornata a 180° per gli ospiti imminenti
- spalmato addosso un intero vasetto della mia crema viso e tentato di togliere la suddetta crema nel bidet allagando il bagno
- buttato ben 3 palle di spugna dentro il water
- usato la lettiera della gatta come spiaggia personale

Antipatico per vocazione, diffidente per religione, sei capace di raggiungere vette inaudite di decibel con le tue urla. Sorridi rararmente e di solito se stai prendendo per il culo qualcuno. Sei un maestro nell'arte coreografica del buttarsi a terra e mimare convulsioni fino al raggiungimento del tuo obiettivo. Picchi indistintamente tutti i componenti della famiglia, con predilezione per quelli maschi. Puoi arrivare a mangiare fino a tre piatti di pasta consecutivi e 10 biscotti, e poi urlare "ancoaaaa". Lanciare oggetti è uno dei tuoi sport preferiti.

Auguri, Enea. Non lo so se adesso che hai due anni inizierò a vedere la luce in fondo al tunnel.
Ma so che in questo tunnel, tutto sommato, non si sta poi così male.
Basta saper schivare gli oggetti volanti.


mercoledì 10 febbraio 2016

Pagelle e parole

Che sei brillante e simpatico, sveglio e intelligente.
Che sei un bambino amato, anche se non fai niente di particolare per farti amare.
Che sei educato e gentile, molto rispettoso degli altri.
E che hai uno straordinario senso dell'ironia, un'ironia squisitamente british, una dote rara per un bambino.
Questo hanno detto le maestre, ieri, quando sono andata a ritirare la tua prima pagella, piena di numeri incapaci di restituire davvero tutto quello che è avvenuto in questi primi mesi di scuola elementare, e che per questo motivo, stante l'obbligo di dover per forza riempire quelle caselline, sono stati scritti uguali per tutti. Perchè la matematica è affascinante, ma per raccontare spesso servono le parole, e a quanto pare a te le parole piacciono parecchio.

"Scrive, scrive, è sempre lì che scrive... e quando poi gli dico di fare anche il disegno lui mi guarda come a dire: ma cosa disegno a fare che l'ho già detto con le parole? E io so che lui ha ragione" mi racconta la maestra.

E quando me l'ha detto mi si è un po' accelerato il battito, perchè io di parole ci vivo e in mezzo alle parole ti ho fatto crescere, nel bene e nel male, e quest'immagine di te che riempi i quaderni di scrittura spontanea mi richiama alla mente tutte le ore, i giorni, passate insieme a leggere e raccontare.

(quel poveraccio di tuo fratello invece farà fatica a contare i minuti, e infatti sta venendo su a caso come le ortiche - ma questa è un'altra storia)

Hanno anche detto che a volte sei un po' "carlone" (nomignolo di Carlo Magno, che a quanto pare aveva uno stile un po' rustico e trascurato), e anche qui ho perso un battito perchè, com'è noto ai più, io sono affetta fin dalla nascita da "soralellismo" e forse questo aspetto del tuo carattere è un po' colpa mia.
Ma questo si sono raccomandate di non dirtelo, di dirti solo che sono molto contente di te, del tuo modo di essere e di apprendere, della vostra complicità.
Hanno detto anche che non sei per niente egocentrico, e sai lasciare agli altri il giusto spazio, e questa è tutta farina del tuo sacco.

E poi sono tornata a casa a piedi, attraverso il parco e sotto il diluvio, e nella mia testa vorticavano tutte quelle parole, quegli aggettivi, pensavo alla bella scuola dove stai crescendo, al sorriso delle tue maestre così appassionate, alle lettere sghembe che ti escono dalle matite, ai tuoi polpastrelli sempre sporchi di grafite, ai nostri viaggi di ritorno il pomeriggio, io e te sulla bicicletta mentre tu mi racconti cose buffe e io pedalo arrancando. Poi finalmente sono arrivata a casa, ho aperto la porta e mi sei comparso davanti saltellando. Le parole erano scomparse tutte e c'eravamo solo noi, una sera come tante.
E oggi mi dico che forse sta tutta qui, la felicità.

venerdì 25 dicembre 2015

And so this is Xmas

Lo spirito del Natale è qualcosa di impalpabile e sfuggente, e per quanto mi riguarda prescinde dal credo religioso. Per me, nel corso degli anni, è andato e venuto, ha avuto varie forme e colori, e ammetto che nonostante i bambini è un po' di tempo che non mi fa visita.
Quando ero bambina il Natale era un tempo lungo e dilatato, sapeva di sospensione della scuola, di terribili costruzioni di candele per l'avvento durante il catechismo (una delle ennesime contraddizioni di mia madre, che l'ora di religione a scuola no, ma il catechismo sì), di attesa, di pomeriggi divisa tra compiti di scuola e cartoni animati su Italia1 (erano gli anni 80, e noi si guardava Bim Bum Bam), intervallati da spot natalizi come se non ci fosse un domani.
Un copione che è rimasto uguale per molti anni, quello dell'attesa e del 25 dicembre, piacevole e rassicurante, sebbene sotto l'albero non ci fosse mai davvero quello che volevo (ma solo perchè quello che volevo era impossibile): ricordo i crostini coi fegatini, la tombolata coi legumi secchi sulle cartelle, ricordo mio padre e mio zio che mangiavano spagnolette tutto il pomeriggio, le tartine al salmone che già alle sette di sera sapevano di stantio, il brodo di cappone, gli zii e i cugini, epifanie che col tempo sono scomparse una a una.
Non so se è stato perchè avevo vent'anni o perchè mio padre se n'è andato, ma le cose a un certo punto sono cambiate e il Natale è diventato un'incombenza da sbrigare in fretta. Pochi regali, poca voglia, l'unica cosa che non è mai mancata è stato il cibo cucinato da mia madre, che è sempre buono anche quando non lo è davvero.
Poi ho conosciuto l'Interista e in qualche modo sottile lo Spirito del Natale è tornato.
Coi miei abbiamo iniziato a festeggiare la sera del 24, lui i primi anni arrivava tardi perchè andava a fare il Babbo Natale per i bambini delle famiglie disagiate con l'associazione in cui aveva fatto il servizio civile, tutto era diventato semplice, c'erano i miei fratelli, le capesante gratinate, i regali sempre sbagliati e un casino totale in cucina. C'era una mancanza che avevamo imparato a gestire.
Un anno con l'Interista comprammo un faccione di Babbo Natale col cappello verde, un po' no-global, senza sapere (o sì?) che lo stavamo comprando per i bambini che sarebbero venuti. A volte fai le cose a caso, e quelle cose hanno un senso perfetto che altre pianificate a lungo non avranno mai.
E questo si sa.
Ma il Natale più bello passato finora, quello che ogni anno mi torna alla mente ed è il mio personale  paradigma di Natale, è quello più insospettabile. Non ricordo che anno fosse, non ricordo quasi nulla, tranne che non avevo una lira e avevo trovato un lavoro di 3 settimane allo scomparso Virgin Megastore in Galleria. Avevo passato dicembre a battere scontrini in cassa, rimuginando sull'utilità dei miei studi in Lettere. Il 24 facevo il turno di chiusura, ricordo ancora l'ultimo cliente di una fila infinita, un tipo distinto che aveva comprato tutti i regali all'ultimo, una valanga di dvd, cd, libri: il pos rifiutò la sua carta di credito una, due, tre volte... vi prego, vado un attimo a prelevare e torno, il suo volto era quello della disperazione. Erano le otto e cinque minuti, tutti volevano andare a casa, qualcuno alle mie spalle disse "mi spiace, non è proprio possibile".
Mentre le luci del negozio si spegnevano mi sono abbottonata il cappotto e ho preso la via di casa. Faceva un freddo folle, in giro non c'era nessuno, mi sentivo sola, mi mancava mio padre. Ho preso la metro e sono arrivata a casa di mia madre, e da lì è nato un nuovo corso delle cose.
Quel senso di solitudine nel freddo del mezzanino della metro, quello è stato il mio Natale perfetto, perchè il Natale per me, non credente, è la festa di chi aspetta qualcosa e sa che può arrivare. E' la festa di chi sa cosa vuol dire essere solo, e tanto più apprezza il valore della compagnia umana.
Buon Natale a tutti voi.


martedì 15 dicembre 2015

#orgoglioponpon

Io da piccola, credo di averlo già confessato, ero un po' un caso umano.
Bruttina e disadattata, ad aggravare la situazione gli outfit improbabili (persino per gli anni '80) forniti da mia madre, e le acconciature che non avrebbero sfigurato nel bar di Guerre Stellari.
Poi sono cresciuta, ho perso un po' di sfiga ma mantenendone quel tot che sarebbe servito in tempi (recentissimi) in cui anche essere sfigato aveva un suo perchè.
Una cosa però mi sono sempre detta: ai miei figli non succederà.
Ai miei figli non succederà di tornare a casa da scuola col magone perchè il tal compagno li prende in giro, non per qualcosa che dipenda da me.
Ma la vita è bastarda, si sa.

Qualche giorno fa il Bruco ha perso il suo cappellino rigato e molto cool di un noto marchio di abbigliamento giocando al parco. Io la mattina dopo ho aperto il cassetto e ho tirato fuori un altro cappello che avevo lì. Vediamo se ti và, gli ho detto. Gli andava.

Venerdì, ore 16.40, fuori dai cancelli di scuola.

"Ciao Bruco! Com'è andata oggi?"
"Eh..."
"Eh cosa?"
"Mamma c'è un bambino che mi prende in giro..."
"Ti prende in giro? E per cosa?"
"Per il ponpon"

Trasecolo.
"Per il ponpon? Ma che davéro? Ma come per il ponpon?"
Io, la bambina dalle tre trecce, la più perculata della scuola elementare, non mi ero posta il problema del ponpon.

Lunedì, ore 16.45, fuori dai cancelli di scuola.

"Ciao amore! Tutto bene?"
"Mamma mi prendono ancora in giro..."
"Ancora? Ma per il ponpon?"
"Sì... ridacchiano e mi fanno l'imitazione"

Quindi praticamente non conta niente se sei di una bellezza esagerata.
Se hai lo stigma della sfiga, e se questo stigma si concretizza in un ponpon sul cappello, non c'è niente da fare.
Ma da quando il ponpon è da sfigati? Perchè non ne sapevo niente?
Faccio qualche ricerca su internet e trovo addirittura un libro, appena uscito, edito Rizzoli, che racconta di un bambino sfigato con un enorme ponpon in testa.

Come direbbe mia madre: io boh.

Lunedì sera, a casa di Orlando.

"Interista, abbiamo un problema"
E gli racconto del ponpon.
"Cosa facciamo? Eliminiamo il problema cambiandogli cappello o ne facciamo una questione di principio? No perchè io non voglio dargliela vinta a questi perculatori in erba, sono pronta a lanciare su twitter l'hashtag #orgoglioponpon, che poi praticamente è una versione sofisticata di #orgoglionerd (e il Bruco ha decisamente pure quello) - dovete sapere che l'Interista nel frattempo è diventato un uomodigital e quindi bisogna parlare la sua lingua per ottenere i migliori risultati"
"Ma và, che gli desse due testate e la finiamo così" (ok, non del tutto digital).

Ad oggi il ponpon c'era ancora.
Un po' perchè quelle tre trecce mi hanno resa quella che sono, pur attraverso un mare di difficoltà, e rivendico la validità di quel percorso.
Un po' perchè bisogna imparare a cavarsela da soli, a difendere le proprie scelte anche se impopolari e un sacco di altre belle cose che adesso non mi vengono in mente, lo ammetto, perchè mi dispiace un sacco per quel bel muso che sta sotto al grande ponpon.

E comunque #orgoglioponpon

Ps: voi che dite, glielo cambio, il cappello?