sabato 23 ottobre 2021

Foliage

È un sabato pomeriggio di fine ottobre, il sole batte caldo sulle schiene e sul sintetico: del campo, dei maglioni, della divisa giallo fluo che il portiere indossa, numero 12 sul retro. Il portiere, quello là, lontanissimo a tentare di coprire una porta gigante, è mio figlio.

È un sabato qualunque del 2021, e lo osservo da bordo campo. Era parecchio che non capitava - da qualche anno tendo a disertare in favore di mostre o mercati in compagnia del più piccino -, e mentre lo guardo penso a questa cosa che è il calcio dei bambini e poi dei ragazzini, il calcio che cresce, i ruoli che cambiano, le calze di spugna sempre più strette, i tornei infiniti nei posti brutti col puzzo delle salamelle alla brace che ti si appiccica addosso, 7 anni, i bambini che a settembre fai la conta di quelli che sono andati e venuti, 7 anni, sono 7 anni che gioca, più di metà della sua vita.

È un sabato d’autunno ma qui nessun foliage da ammirare: siamo ai confini tra la città e l'hinterland, intorno arterie di traffico, vecchi palazzoni cresciuti tra i 70 e gli 80, scheletri di fabbriche che son rimaste a produrre solo un’idea di tristezza, nuovi edifici di classe A che ospitano rapper famosi in cerca di periferie addomesticate da guardare con la prospettiva di un terrazzone a loggia e la domotica.

In questo sabato tiepido a bordo campo rivedo la sua storia di apprendista calciatore come un nastro riavvolto. Rivedo il bimbetto di 5 anni coi calzettoni arancione mezzi calati, ché la precisione non è mai stata il suo forte. Corre, ma ogni tanto si sdraia in campo e guarda verso il cielo, mentre suo padre cristona da lontano. E’ pigro, dico io. Lo attacco con una corda al motorino e lo faccio correre finché non m’implora di fermarmi, risponde lui, con la consueta pacatezza e il senso della misura che lo contraddistinguono. 

Ha fatto anche dei goal, quel bimbetto, qualche volta, in qualche partita, ma a un certo punto sceglie di fare il portiere, perché - sospetto - gli piace stare dentro le cose ma anche un po’ fuori, essere in una squadra ma con diversa divisa, adottare una prospettiva privilegiata. Privilegiata un cazzo, se ripenso a tutte le volte in cui mi sono tappata gli occhi con le mani mentre gli avversari sferravano l’attacco, lanciandosi a bomba verso la sua porta, mentre partiva una palla che poteva andare ovunque, poteva essere goal, poteva schiaffeggiargli la faccia e l’orgoglio: l’occhio della madre, direte voi, sì, ma la madre del portiere, aggiungo io. Quella che ogni sabato chiede “quanti ne ha subiti?” e mai “quanti ne ha parati?”.

Rivedo il bimbo già grandicello, 9 anni o giù di lì, dimenticarsi i pezzi in spogliatoio, uscire coi capelli fradici mezzi impiastrati di shampoo, le pelle del viso brasata in luglio perché lui non è un portiere da cappellino. Rivedo le settimane con tre allenamenti, i sabati e le domeniche ingolfati di partite, la coppa che una volta ha vinto “per fair play”. Riascolto le prediche di suo padre sull’impegno e sul carattere, la mia domanda ripetuta all’infinito “sei sicuro di voler giocare a calcio anche quest’anno?”. Quest’anno, 7 anni. 

Al sole di questo sabato ripenso alle borse sempre umide, ai guantoni con la gomma che si sventra e decade, ai pallini neri ovunque del sintetico, ai pelucchi d’erba finta che s’incastrano nella trama dei calzettoni e non se ne vanno mai. Ai tacchetti, ai parastinchi, alle convocazioni un’ora prima dell’inizio in posti improbabili della pianura tossica e nebbiosa, agli allenatori che ha avuto. Quelli bravi, appassionati e giovani; quelli disonesti e spocchiosi; quelli capaci di insegnare solo a chi è già dedito; quelli mediocri che almeno non fanno danni (o forse sì?); quelli che bastonano, alla Jeff Turner.

E nel frattempo hai 12 anni, hai cambiato squadra, divisa, compagni, orari, hai il 43 di scarpette, e lo spazio si è dilatato a dismisura: hai iniziato a giocare a calcio a 11, e il campo sembra proprio quello di Holly e Benji, dove corri, corri, e la porta non arriva mai. Tu stai lì, dove hai scelto di stare, una figurina alta e bionda tra i pali, per terra non ti sdrai più ché l’allenatore di adesso è un po’ matto, meglio non sfidarlo, ma ogni tanto lo sguardo vaga in alto lo stesso, ne sono sicura, anche se sei troppo lontano e non lo vedo, anche se non vengo a vederti quasi più. 

Tu stai lì, dove hai scelto di stare, per incoscienza o per coraggio, stretto nella tua maglia fluo col numero 12, il campo è gigante, la porta da difendere sembra sconfinata, hai paura ma non si vede: è un sabato pomeriggio di fine ottobre, il sole batte caldo sulle schiene e sul sintetico, e il foliage sei tu, con tutti quei goal subiti e parati che ti porti addosso, splendido arbusto in mutazione. E’ stato bello (ri)vederti. Però sabato prossimo vado con tuo fratello al mercato, a comprare le zucche.

giovedì 7 ottobre 2021

12

"Lolli, com'è andata con la nuova prof d'italiano?"

"Bene. Ci ha chiesto il nostro genere letterario preferito"

"E tu cos'hai detto?"

"La distopia"

"Che dici!?!? Ma lo sai cos'è una distopia?"

"E' il racconto di un futuro immaginario"

"Ah. E come fai a saperlo?"

"Lo hai detto tu quando raccontavi al papà di una cosa che hai scritto"

"Ah. Quindi ogni tanto ascolti, non sei sempre sulle nuvole"

Ma chissà dove sei, mi chiedo, anche se ti ho (quasi) sempre qui, mi cammini accanto con quei piedi spaventosamente lunghi che ormai rubano le scarpe al papà, sempre scalzo, sempre sgarrupato perché - anche se non lo vorremmo - l'entropia è uno dei tratti distintivi del brand di famiglia.

Chissà dove sei, mi sguisci via con la tua pelle trasparente e quei colori irlandesi ereditati da chissà quale desiderio, mentre a cadenza regolare rintocca la sempiterna domanda "hai fatto i compiti?". I compiti, che nel tuo iperuranio fantastico non rappresentano attualmente la priorità, perché la cosa più importante è sapere come finisce la saga dell'Attacco dei giganti o recuperare l'introvabile numero 2 di Platinum End, nonché realizzare con la carta una perfetta riproduzione dell'arma letale di non so quale eroe manga.

Quando sei nato, 12 anni fa, neanche la migliore distopia avrebbe potuto rappresentarmi questo futuro immaginario, fatto di annessi pandemici e materializzazioni di scelte che sembravano sempre perfettamente sensate, e poi invece.

"Cosa vorresti come regalo, Lolli?"

"La spada di Zenitsu Agatsuma "

"Ma che dici, ma chi è? E per farci cosa?"

"Demon Slayer! Dai, per giocare"

"Per cavare un occhio a tuo fratello, vorrai dire"

"Il pugnale di Naruto? E' più corto!"

"Non se ne parla"

"Allora posso farmi i capelli rosso carminio?"

Mi mancava solo il figlio aspirante cosplayer.

Quando sei nato, 12 anni fa, sapevo solo la tua pelle trasparente e quei colori irlandesi, il desiderio e l'entropia. Mi piace sapere, oggi, che questi tratti sono rimasti, che l'identità permane anche nello svolgersi delle storie più imprevedibili. Mi piace sapere che, proprio da dentro la mutazione, lì dove sei, sei sempre tu. Non più bruco, non ancora farfalla, ma creatura fantastica appartenente a futuri immaginari. Tanti auguri di buon compleanno, Orlando, a tutti gli Orlando che sarai.


Ps: In regalo, questa mattina, Orlando ha ricevuto la prima dose di vaccino Covid. Ché per immaginare il futuro occorre esserci, e avere fiducia.

mercoledì 3 marzo 2021

In principio fu il coniglio blu

In principio fu il coniglio blu. No, non sto per proporvi una recensione di Donnie Darko. Anzi, facciamo un passo indietro, e andiamo coi ricordi alla scuola elementare del grande di casa: cinque anni di meraviglia e scoperte condivise, mai scanditi da compiti o verifiche, solo uno zainetto leggero perchè le cose importanti stavano altrove. Cinque anni di storie, di giochi, di relazioni, di cortile, anni in cui ogni tanto mi sono addirittura chiesta come sarebbe sopravvissuto alle medie, nel mondo del controllo permanente di ciò che hai fatto o studiato. Nel caso ve lo chiedeste anche voi, ora è in prima media e sta facendo bene. Lamenta la mancanza di tempo libero, ma se la cava benone.

Poi c'è l'altro, il piccolo di casa, prima elementare, e lui non beneficia ahimè di una scuola altrettanto felice. La pandemia c'entra in minima parte, certo aggrava le cose, ma non è il quid. Torniamo al coniglio. 

Erano i primi giorni.

- Ehi, com'è andata oggi? (una domanda del cazzo che tutte le madri fanno e ancora non so esattamente perchè)

- Bene, però è successa una cosa col coniglio.

- Ma che bello, avete un coniglio a scuola? (lo so, pensate che io sia matta, ma nella scuola di Orlando i conigli li avevano davvero)

- Ma cosa dici, mamma. Dovevamo colorare nei margini un coniglio e la maestra V. mi ha strappato la pagina.

(trasecolo, non so esattamente se per i margini o per lo strappo)

- E perchè mai?

- Perchè dice che i conigli sono marroni, e io lo avevo colorato di blu.

Dalla vicenda del coniglio blu, molte cose sono accadute. Pagine e pagine di cornicette (WTF?!?) di cui neanche conoscevo l'esistenza, orribili filastrocche da imparare a memoria (non pretendevo Anne Sexton come succedeva dal grande, ma un Rodari magari sì), verifiche continue con relativa ansia da prestazione che mi raccomando a 6 anni si è abbastanza grandi per comprendere il concetto di winners e losers, intervalli saltati per recuperare una lezione persa o perchè "sei lento".

Un mesetto fa.

- Ehi, com'è andata oggi? (aridaje, 'tacci miei)

- Non tanto bene. 

- Che è successo? Ancora per quella storia che hai il quaderno con l'unicorno? (questa ve la racconto un'altra volta perchè è un tema complicatissimo)

- No, è che la maestra V. ha fatto il podio di quelli più bravi in matematica, e io non ero sul podio.

- (mentre interiormente scomodo tutti i cristi del paradiso e non) Ma te l'ho già detto, non è importante quello che fanno gli altri ma quello che impari tu.

- Ma poi ha fatto anche un secondo podio, e io non ero neanche in quello.

Niente, ho esaurito i cristi.

Ieri.

- Ehi, tutto bene, oggi? (variazione su tema, lui faccia da funerale)

- Sì...

- Dai, Enea, dimmi cos'è successo.

- Ho sbagliato la verifica di inglese, non capisco perchè le parole scritte non erano le stesse che io so dire..

- Non importa, farai meglio la prossima volta.

- Ma il maestro mi ha detto che se succede ancora mi abbassa il voto in pagella.


Vorrei dire molte cose, ma non è questa la sede, qui è solo un piccolo blog ridicolo dove si racconta un po' di vita e - per l' appunto - ci si ride su. Quindi di cose ne dirò solo due.

Una, ai maestri e alle maestre di questo tipo, che per fortuna non ce ne sono solo così ma purtroppo ce ne sono tanti, probabilmente troppi: insegnare ai bambini è un privilegio, e se non siete in grado di capire che si tratta di un'attività più complessa che inserire dati in un computer, al mondo ci sono molti altri lavori che si possono fare senza creare danni.

Un'altra al piccolo Enea: i conigli blu esistono, e continua a disegnarli perchè il mondo in cui viviamo ha un sacco bisogno di conigli blu.


mercoledì 21 ottobre 2020

La preside

Da circa un mese anche il piccolo di casa ha iniziato la scuola: l'attesa prima elementare ha preso il via e abbiamo instaurato una routine fatta di orari precisi, quaderni, zaini pesanti e amore reciproco (finchè Covid non ci separi). Fra le cose più belle annovero le cronache che il seienne fornisce quotidianamente all'uscita: cronache di una scuola molto diversa da quella che abbiamo vissuto con Orlando, una scuola diciamo più "tradizionale". In tutti questi racconti, la figura nettamente più nominata è la preside. Creatura mitologica, mezza umana mezza draghessa, dotata del potere sconfinato di cambiare le vite dei bambini che vi si imbattono, all'inizio era solo uno spauracchio:

"La preside dice che non possiamo fare la merenda per il Coronavirus"

"La preside ha detto che se piove dobbiamo rimanere fermi ai banchi a disegnare e non possiamo fare l'intervallo a giocare"

"La preside ha detto a Gianpaolo che si può fare la pipì solo fra le 10.30 e le 10.45"

Dopo la prime credibili affermazioni, ne sono seguite altre sempre più particolari, e la preside, da spauracchio, è divenuta figura in carne e ossa. E la sottoscritta si è detta che forse nelle scuole più tradizionali funziona così, che il controllo dei poteri forti è settato al massimo della potenza e quindi la preside forse era davvero onnipresente coi suoi diktat.

"Oggi Luigia è salita sul banco e l'hanno mandata dalla preside"

"Sai che Adbul si è fatto la pipì addosso ed è finito dalla preside?"

"Francesco durante l'intervallo si è tagliato un dito e la preside gli ha messo il cerotto"

"Mamma: sai cosa faccio io, quando posso andare in bagno per la pipì? Scappo in fondo al corridoio e vado a spiare la preside!!!"

"Scusa, Enea, ma questa preside che vai a spiare, che mette i cerotti, che gira per la scuola essendo presente ogni volta che c'è bisogno di lei... esattamente, dov'è che sta?"

"Nell'atrio d'ingresso, mamma, seduta su una sedia!"

"Ah. Per caso è sempre vestita uguale?"

"Sì!!! Come fai a saperlo?"

"Enea. Quella non è la preside. E' la bidella"

Creatura mitologica, mezza umana mezza draghessa, dotata del potere sconfinato di cambiare le vite dei bambini che vi si imbattono: la bidella.


mercoledì 7 ottobre 2020

Il gerundio di crescere

Volevo farti gli auguri, volevo dire un sacco di cose, ma non mi venivano le parole, perchè raccontare cos'è un bambino-ragazzo di undici anni è una cosa difficilissima, e in certi casi forse bisogna solo arrendersi, stare, e accettare la superiorità della vita sulla possibilità di descriverla. Cerco le parole per dire i capelli lunghi incasinati bellissimi. Gli occhi trasparenti con dentro molte più cose di quelle che hanno visto, gli occhi blu che però "me li hai fatti grigi da schifo". Le mani troppo grandi, che sembrano di pasta frolla, ma che all'improvviso s'innervano e parano palloni, suonano chitarre, disegnano draghi. La voce sottile, chissà per quanto ancora, vorrei il più possibile, la voce che parla poco, che si alza a scatti arrabbiata, che chiama tuo fratello ingombrante inseparabile amatissimo odiato, la voce che mi chiama "mother" pronunciato com'è scritto, ma a volte ancora "mamma", perchè a undici anni quello che si fa è stare in bilico scivolando ora da un lato ora dall'altro. Le gambe lunghissime, i piedi infiniti che promettono vette, la schiena che ha già quell'intenzione, è chiaro, diventare larga, occupare spazio. A undici anni quello che si fa è diventare: cerco le parole, e mi vengono in mente quelle della tua maestra - che non lo è più e quindi lo è per sempre -, che il tuo nome è un gerundio, e questo sì che forse sa raccontare qualcosa di quello che sei, suonando, giocando, disegnando, parando, Orlando. "Se avessi desiderato un figlio definito e strutturato" mi diceva quando mi lamentavo dei tuoi (presunti) difetti "avresti dovuto chiamarlo Orlato! Invece tuo figlio è un gerundio, e tu, da classicista che sei, dovresti conoscere la funzione straordinaria del gerundio, che sottolinea il processo dell'azione necessaria più che del risultato". Ai tuoi gerundi, al gerundio che sei, ne aggiungo un paio. Cercando, perchè le parole bisogna cercarle sempre, anche quando sembra che non ci siano, e a volte se non troviamo le nostre troviamo quelle di altri dette apposta per noi. Crescendo, perchè questo è quello che succede quando si accetta di stare insieme nei giorni e vedere cosa succede, cosa si diventa, quanto si cambia e quanto no, dove si va. E mentre ti guardo svegliarti presto e infilare la porta di casa con millemila libri e cartellette e dubbi e cose in testa, resto lì, pensando. E sognando, ignorando, avendo paura, scrivendo.

Auguri, Orlando, è un privilegio stare nei tuoi gerundi, anche e soprattutto oggi e qui, nell'attimo prima che finisca l'infanzia.

domenica 13 settembre 2020

La mamma di Paolo

 La mamma di Paolo, come tutte le altre mamme durante la quarantena, ha supportato il figlio nell'assenza della scuola. Gli ha letto libri, ha controllato che seguisse le lezioni della didattica a distanza, ha ripetuto gli antichi Romani, ha corretto verbi. Il tutto mentre svolgeva numerose altre mansioni, tra cui quella di procacciare il cibo per tutta la famiglia - livello di stress probabilmente superiore a quello dei cavernicoli a caccia di cinghiali - ma questa è un'altra storia. La mamma di Paolo ha visto, in quelle settimane ai confini della realtà, il figlio quasi undicenne trasformarsi: la combo lockdown/preadolescenza le ha restituito un ibrido umano-urside, una specie vivente particolarmente attaccata al letto e/o al divano, dedita alla contemplazione del soffitto e/o del nulla cosmico, dotata di appetito perenne, tendenzialmente insonne e scontrosa. La mamma di Paolo, come tutte le altre mamme durante la quarantena, sognava la riapertura della scuola. L'ha sognata a marzo, quando sembrava impossibile, e poi ad aprile e maggio, quando in qualche posto del mondo succedeva davvero, l'ha sognata anche a giugno mentre i pomeriggi scorrevano liberi ma vuoti ai bordi di un campetto di basket, e ancora durante le vacanze, che sembravano strane e ingiustificate. La mamma di Paolo, per tutta l'estate ha consultato quasi quotidianamente il sito della scuola - una scuola ignota perchè Paolo andrà in prima media - facendo refresh compulsivo sulla sezione "news" per sapere se e quando e come sarebbe cominciata. Nei giorni scorsi i sogni della mamma di Paolo hanno avuto grandi incoraggiamenti, e lei - che non è più avvezza a incastrare orari e scadenze e commissioni di vario genere - ha iniziato a fare un sacco di confusione: infatti Paolo ha un fratellino (con cui ha passato gli ultimi sei mesi a darsele di santa ragione) che andrà in prima elementare, in un altro istituto e in un'altra zona, ma entrambi in 1A. 

Domani, 14 settembre dell'anno 2020, Paolo e suo fratello iniziano le loro rispettive scuole, e stasera sembravano tutti molto tranquilli, quasi disinteressati, mentre la mamma preparava zaini con dentro patti firmati di corresponsabilità, mascherine chirurgiche, materiali non scambiabili e tutto un corredo di aspettative che pochi genitori hanno avuto nella storia della scuola (tipo: speriamo che duri almeno fino a ottobre).

Paolo sembrava finalmente sereno: nei giorni scorsi è stato a un campus multisport sotto casa ed è tornato a uno stato di socializzazione più umano che ferino, recuperando alcune delle sue caratteristiche originarie.

Lunedì 7 settembre, ore 17.34

Punto di ritiro del campus multisport.

- Buongiorno! Sono la mamma di Orlando.

- Orlando?

- Sì

(l'educatrice guarda la collega con aria interrogativa)

- Ma è sicura che fosse qui, signora?

- Mah, ultimamente sono piuttosto rincoglionita ma sono sicura, sì.

(scoppio di risa dalle retrovie: un gruppo di ragazzini si dà di gomito e ride)

- E' lui, quello lì biondo, in mezzo a quelli che ridono!

- Ma chi, Paolo?

(altre risate)

- Ma come, quello è mio figlio, si chiama Orlando.

La mamma di Paolo è stata molto felice di vedere il figlio ridere, circondato da amici che ridevano. Invece la mamma di Orlando, che per un giorno ha fatto credere a tutti di chiamarsi Paolo, è stata molto sollevata nel constatare che la pandemia ha cambiato molte cose ma non tutte, e che l'attitudine alla pirloneria del figlio è rimasta inalterata.

(più tardi, quel giorno)

- Ma perchè hai detto che ti chiamavi Paolo?

- Boh, era divertente. E poi io a volte mi sento anche un po' Paolo.

Domani è il primo giorno di scuola media. Speriamo che all'appello risponda Orlando e che Paolo, col suo carico di irrefrenabile simpatia, resti dentro lo zaino, a muto supporto. In ogni caso, buon inizio a entrambi voi, ragazzi. Buon inizio e una stretta d'incoraggiamento a tutti. 

(anche alla mamma di Paolo)


venerdì 5 giugno 2020

Il diritto di piangere

E così ci siamo, là dove il futuro diventa passato e il presente ti è sfuggito via come un pesce d'argento. Un pesce lungo 5 anni, uno splendido marlin che abbiamo seguito in lungo e in largo, non per una caccia ma per il fascino del viaggio. E così è l'ultimo giorno della scuola elementare, e stavolta non lo so davvero se le parole sono abbastanza per dire tutto. Sarebbe stato già difficile di per sè, figurati con una pandemia che ha interrotto la scuola a metà anno, lasciandoci in un limbo digitale in cui si sono fatte molte cose ma dove non si può fare l'unica che forse aveva un valore, ovvero compiere il rito di passaggio: stare insieme per l'ultima volta, essere classe per una volta ancora e poi più, trovarsi nel cortile della scuola dove "remigino" hai ricevuto un quaderno e una sacchetta dai grandoni di turno, cantare, correre alla rinfusa, piangere. Forse rivendico questo, il diritto di piangere. Di guardare incarnato il tempo, i suoi danni e le sue meraviglie, di restare stordita di fronte al "potente spettacolo che continua", citando lo zio Walt. Non è solo un fatto di altezza, un fatto oggettivamente impressionante visto che sei entrato che eri un metro e una banana e ne esci alto come la tua maestra. E' sapere cosa ci sta nel mezzo, tra il prima e il dopo, di cosa è fatto ogni centimetro acquisito, ogni parola in più, ogni competenza. Non esiste dizionario che sappia spiegarlo. Siamo stati molto fortunati, ragazzino. Non capita a tutti di avere due maestre speciali che ti accompagnano per cinque anni cinque senza soste, presenti anche nella distanza. Soprattutto in una scuola che sembra perdere pezzi e importanza, troppo spesso sacrificata sugli altari vuoti della politica (e di una poco lungimirante economia). Quando vi ho chiesto cosa avete imparato in questi anni la risposta è stata unanime, ed eravate pure straniti nel dirlo: "a stare insieme", e cos'altro bisognerebbe imparare, a scuola, se non a essere comunità, a diventare società? Non serve un libro ma maestri capaci, per fare l'educazione civica. Che viene forse da sè quando ci si prende cura dell'essere umano, gli si sta accanto mentre cresce e impara - non fatemi tirare in ballo l'etimologia latina del verbo educare perchè non serve, è persino più semplice. Con delicatezza e con forza, che le due cose non si escludono ma si sostengono. Con l'interesse sincero di sapere chi hai di fronte, e dargli una chiave in più per diventare se stesso. Non capita a tutti una scuola grande e verde, con un cuore che batte in molti posti: nei gradoni del suo anfiteatro, nel linoleum della palestra, tra le zucchine dell'orto di nonno Carlo, dentro le aule popolate di colore e carta e disordini vari, nel cortile con l'asfalto increspato dai molti arrivi e dalle troppe partenze. Quando siete felici fateci caso, ha detto qualcuno, e non possiamo dire di non averlo fatto: siamo stati felici e ci abbiamo fatto caso.
E ora, ora è giugno ed è finita senza esserlo: dopo tre mesi quasi quattro di didattica a distanza, dove mancano i corpi, la conditio sine qua non per imparare quello stare insieme che dicevamo, ci salutiamo in una videochiamata di classe su meet. Non ci sono remigini a cui passare il testimone, non ci sono i canti e il sole a picco nel cortile, le corse a giocare ignare del concetto di ultima volta, la recita di fine anno, la musica a sottolineare. Non ci sono le lacrime che ci dovevano essere, perchè ogni fine ha il suo tributo di tristezza, soprattutto quando è approdo di una traversata felice, e ogni lutto richiede di essere elaborato. Piango doppio, ragazzino, per quello che lasciamo e perchè non abbiamo avuto modo di celebrarlo a dovere. Guardo le foto, spulcio i quaderni, trovo una pagina più eloquente di me. Viene da un quaderno di terza, in alto è riportata in tratto-pen azzurro una poesia di Anne Sexton: "Uova e parole / vanno maneggiate con cura / una volta rotte / non si possono / riparare". Commento tuo: "Questa frase mi è piaciuta molto perchè è molto vera. Non solo le uova si possono rompere, le parole usate male possono infrangere o ferire i cuori degli altri". Ed è proprio così, anche le parole sono corpi, e bisogna impararne la fisicità, bisogna sentirle dire e collidere fra loro, nascono dai corpi, ne sono inseparabili. E così è l'ultimo giorno della scuola elementare, e stavolta non lo so davvero se le parole sono abbastanza per dire tutto. Gli sarebbe servita una voce rotta che le dice, delle orecchie per ascoltarle tra il vocìo di altre cose, delle spalle che s'incurvano a schermirsi, un petto che trema, gli occhi e qualche lacrima. Il diritto di piangere.
Tu ridi, alto e capellone, non riesci davvero a capire cosa significa questo ultimo giorno. O forse lo sai meglio di me, e il tuo pensiero è già là, dove il futuro diventa presente. In un'altra scuola, un'altra aula, con altri corpi, altre parole. So che hai imparato a maneggiarle con cura, che sei attrezzato per un nuovo viaggio.

(con tanta gratitudine, e molto piangere, a Gabriella e Laura)