E così è successo. Ora scrivo da una stanza al quinto piano di una delle vie più ricche di Milano: se mi affaccio vedo una della case di Silvio (sì, quel Silvio), la doppia fila di alberi che decorano palazzi onestamente splendidi, i tram arancioni che sferragliano avanti e indietro.
Ho cambiato tragitto, slittato gli orari, trovato un nuovo bar in cui prendere il caffè.
Quando c'è il sole, non nego che passeggiare verso il palazzo che ospita la redazione abbia un certo fascino: poi guardi meglio i negozi, le insegne sui portoni, le persone nei caffè.
Ok, fine della parte poetica.
Sciure impellicciate che Romero le scritturerebbe all'istante, avvocati avvolti in cappotti su misura che gli manca solo lo schiavetto appresso a spolverargli il collo, tate che accompagnano a scuola bambini probabilmente appena usciti da un catalogo di Armani: biondi e bellissimi, con la pelle candida e lo sguardo già (troppo) consapevole.
Li guardo ormai da cinque giorni, li incontro alla pasticceria qua sotto dove prendo il caffè la mattina: puzzano di soldi (o dovrei dire profumano?).
Il tizio che fa i caffè li chiama ciascuno col proprio "titolo": avvocato, dottore, signora.
A me la prima mattina ha detto: "Ciao, che ti faccio?".
"Un caffè" ho risposto io, pensando "ammazza, vabbè che sono tutta sgarrupata e un titolo, se mai ce l'ho, lo tengo nascosto, ma neanche "buongiorno"??!
Il fatto è che il tizio del bar, che sotto la camicia nasconde tatuaggi che neanche ne L'educazione siberiana, avrà capito al volo che sono una sua pari. Sì, una del popolo, insomma.
Sarà che la sera prima ero stata al cinema a vedere Les Miseràbles (gran bel film, astenersi non appassionati di musical), ma mi son detta: non c'è niente da fare, millenni di storia e di rivoluzioni, ma il mondo è ancora diviso in ricchi e poveri.
E sempre lo sarà, perchè siamo realisti, l'utopia comunista ha fallito miseramente e urge trovare altre soluzioni un po' più smart.
Quindi mi dico: ok i ricchi e i poveri, il problema è che questi qui sono spudoratamente ricchi. Fossero meno ricchi, sarebbero comunque abbastanza ricchi da mantenere lo status quo.
Tutto questo per dire che Dio è morto, Marx è morto, e anche io mi sento poco bene (cit.), in questi caffè che pullulano di ricconi.
No, scherzo, dai.
Però quando Jean Valjean sale sulle barricate coi giovani rivoluzionari, vabbè, che vi devo dire: provo sempre una certa commozione.
Mentre macinavo questi pensieri e meditavo di scrivere un post sgarrupato in proposito, il Bruco faceva colazione.
"Mamma, è vero che i bambini perdono i denti?"
"Sì" dico io riemergendo dal mio stream of consciousness "Quando avrai 6 anni ti cadranno i denti e ne arriveranno di nuovi"
"Beeeeeeeeello, mamma! Posso averli verdi?"
"Bruco, tu sì che sei un vero rivoluzionario"
"Cosa vuol dire rivozulionario?"
"Te lo spiegherò quando avrai i denti nuovi"
"Quando avrò i denti verdi, mamma"
"Certo, amore"
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venerdì 8 febbraio 2013
martedì 10 gennaio 2012
La Sindrome
Tutto è cominciato domenica.
L'Interista si è svegliato - o meglio è stato svegliato a gran voce dal Bruco per la colazione.
Ha assunto la posizione eretta col volto cinereo, è andato in bagno con le labbra strette e lo sguardo basso, poi si è lasciato cadere sulla sedia e ha incrociato le braccia sul tavolo senza proferire parola.
Preoccupata da tanta gravità, gli dico "che succede? tutto bene? il caffè non lo bevi stamattina?"
Noto che il Bruco inizia a incurvare gli angoli della bocca, intuisco che sta per spaventarsi e per sdrammatizzare gli dico "Amore gli portiamo un caffè al papà? Forse il papà non sta bene stamattina, eh?"
"Lintergol, mamma"
(Lintergol è l'espressione con cui il Bruco sintetizza diverse cose: il lavoro di suo padre, le serate in cui va allo stadio, la richiesta di giocare a palla, la partita sullo schermo della Tv e da oggi evidentemente anche qualcos'altro)
Mi sa che hai ragione, Bruco.
Finalmente Lui riemerge dalla sua cupa disperazione e dichiara: "Domenica c'è il Derby".
Ma certo. Come ho fatto a non pensarci.
Questa amore, gli spiego, è la Sindrome Pre-Derby.
Una malattia che colpisce gli interisti e ha circa una settimana di incubazione.
Rimane latente tutto l'anno, e pare che sia geneticamente trasmissibile.
"Poi gualisce, mamma?"
"No, amore. Questa è di quelle che ti porti nella tomba".
L'Interista si è svegliato - o meglio è stato svegliato a gran voce dal Bruco per la colazione.
Ha assunto la posizione eretta col volto cinereo, è andato in bagno con le labbra strette e lo sguardo basso, poi si è lasciato cadere sulla sedia e ha incrociato le braccia sul tavolo senza proferire parola.
Preoccupata da tanta gravità, gli dico "che succede? tutto bene? il caffè non lo bevi stamattina?"
Noto che il Bruco inizia a incurvare gli angoli della bocca, intuisco che sta per spaventarsi e per sdrammatizzare gli dico "Amore gli portiamo un caffè al papà? Forse il papà non sta bene stamattina, eh?"
"Lintergol, mamma"
(Lintergol è l'espressione con cui il Bruco sintetizza diverse cose: il lavoro di suo padre, le serate in cui va allo stadio, la richiesta di giocare a palla, la partita sullo schermo della Tv e da oggi evidentemente anche qualcos'altro)
Mi sa che hai ragione, Bruco.
Finalmente Lui riemerge dalla sua cupa disperazione e dichiara: "Domenica c'è il Derby".
Ma certo. Come ho fatto a non pensarci.
Questa amore, gli spiego, è la Sindrome Pre-Derby.
Una malattia che colpisce gli interisti e ha circa una settimana di incubazione.
Rimane latente tutto l'anno, e pare che sia geneticamente trasmissibile.
"Poi gualisce, mamma?"
"No, amore. Questa è di quelle che ti porti nella tomba".
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