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venerdì 27 settembre 2013

Camminare, aprire strade

Che poi una ci mette una vita a decidersi a fare una cosa, inizia a farla, si entusiasma pure, e sul più bello interviene qualche causa di forza maggiore e tocca rivedere i programmi.
Però, c'è sempre un però.
Ad esempio questo: se non puoi correre, però puoi camminare.
Come forse ricordate, avevo iniziato a correre.
Poi alcuni annessi e connessi della gravidanza mi hanno imposto uno stop, e io ogni tanto mi chiedo se e quando ce la farò a rimettermi in pista, conscia del fatto che la cosa più difficile è cominciare, è quella prima volta in cui ti manca il fiato, i muscoli a riposo da troppo s'irrigidiscono, le articolazioni arrugginite scricchiolano e sai che la mattina dopo ti sveglierai con in testa il mantra "sto una chiavica".
Però intanto si può camminare, e ci sono anche alcune occasioni speciali in cui farlo con un motivo in più. Domenica 29, ad esempio, qui a Milano ci sarà la tappa conclusiva della Walk of Life, un evento organizzato da Telethon in tutta Italia, per raccogliere fondi da destinare alla ricerca scientifica sulle malattie genetiche. Per chi corre c'è la competitiva da 10 km, per chi cammina una passeggiata non competitiva di 3 km, perfetta da fare con i bambini.
Si parte dall'Arena Civica alle 10.30, sul sito trovate tutte le informazioni per l'iscrizione a entrambe le tipologie di corsa e il dettaglio dei percorsi.
Io e il Bruco ci siamo iscritti alla passeggiata, l'Interista purtroppo non sarà dei nostri perchè in periodo di campionato (quindi praticamente sempre) appartiene anima e corpo esclusivamente alla sua fede nerazzurra.

Come diceva qualcuno, "Se continuerai a camminare, le strade si apriranno".
E quindi continuiamo (o cominciamo) a camminare!

La corsa di Milano è simbolicamente dedicata a Samuel, Mohammad, Giovanni, Jacob, Canalp e Kamal, sei bambini affetti da due gravi malattie genetiche che, grazie alla terapia genica sviluppata dai ricercatori del Tiget di Milano, oggi possono vivere una vita normale. 

giovedì 21 marzo 2013

Varia milanesità

A volte coi figli si commettono errori ingenui e inconsapevoli.
Parole buttate lì che a te sembrano niente e per loro sono porte che spalancano mondi, anzi vortici dai quali - tu ancora non lo sai - faticherai a riemergere.

Qualche sera fa, a casa di Orlando.

"Mamma, ho fame!"
"Eh, hai ragione Bruco, sono le otto... scusami ma la mamma oggi è in super ritardo sulla tabella di marcia (come se poi ne avessi una... vabbè ma tanto lui non lo sa... o sì?)"
"Ma io ho fame!" (ma perchè i maschi di questa casa quando sentono lo stomaco leggermente vuoto diventano delle presse viventi?)
"Adesso ti porto qualcosa mentre cuoce la pasta, ok?"

E mentre guardo l'acqua della pasta sperando che inizi a bollire più in fretta, gli metto tre cose a casaccio in una ciotolina: pomodori, olive, un pezzetto di formaggio...

"Ecco, Bruco, guarda: mentre aspetti fai l'aperitivo, ok?"

Il giorno dopo, a casa di Orlando, ore 19.15.

"Mamma"
"Sì, Bruco?"
"E' ora dell'aperitivo. Me lo prepari?"
"Scusa???!!!??"

Me tapina. Che ho fatto.
Il Bruco adesso si presenta tutte le sere intorno alle 19 e vuole l'aperitivo.
"Sei proprio milanese" gli dico io, che a Milano sono nata e ci vivo da 34 anni, ma tengo di più alla percentuale di sangue toscano che mi scorre nelle vene.

A proposito di milanesità.
Domani io e l'Interista partiamo per un weekend pseudoromantico in quel di... Napoli.
Già perchè tra una partita, un figlio, due traslochi e facezie varie sono dieci anni che ci sopportiamo vicendevolmente (non ci avevate mica creduto davvero alla cosa del romanticismo???!!?), e quindi ce ne andiamo via due giorni, Bruco-free.
E siccome a Napoli non ci sono mai stata e son parecchio curiosa, domani si parte.
(forse, perchè è chiaro che l'unico we dell'anno in cui vai via c'è lo sciopero generale dei trasporti di 'sta ceppa).

Preso il volo, preso l'albergo, ieri chiamo per prenotare un'osteria chiocciolata dove vorrei cenare.

"Pronto, buongiorno, vorrei prenotare un tavolo per sabato sera"
"Quanti siete?"
"Due"
"Mi chiami sabato dopo le quattro"
"Come sabato dopo le quattro??? E se poi non c'è posto?"
"Mi spiace, signò"
"Ma io vengo da Milano"
"Mi spiace, signò. A Napoli non si prenota. Ci si mette in coda"
Clic.

"Pronto, Interista? Il prossimo anniversario andiamo a Oslo, ok?"

Buon weekend a tutti. Se non torniamo, cercateci a Posillipo.


lunedì 19 novembre 2012

Io sono Olverin

Capita poi un giorno, dopo anni di reclusione e scarsa vita sociale, che tuo figlio inizi a crescere e non dorma più il pomeriggio.
Capita che vivendo a Milano ci siano sempre un sacco di cose da fare.
Capitano weekend in cui tuo figlio treenne fa più vita sociale di te.

Sabato mattina all'EICMA con l'Interista (che ha visto poche moto e perso molti anni di vita per via di fughe improvvisate del Bruco, fortunosamente sorvegliato anche dallo zio e dal cuginetto ottenne), sabato pomeriggio merenda con l'amichetto Giorgio (che per fortuna ancora non parla altrimenti avrebbe fanculizzato il Bruco ostinato a non prestargli neanche uno dei suoi giochi), sabato sera cena con l'amichetto Victor (a un certo punto della serata abbiamo tentato di abbatterli come dei cavalli impazziti, ma niente, hanno vinto loro).

Domenica mattina all'Acquario Civico per BookCity ma soprattutto per i pesciolini ("Mamma, guarda! Questo qui assomiglia a quello che abbiamo mangiato l'altro giorno!" "Ma quale, la torpedine?" "No, quello coi baffi"), domenica a pranzo dalla Nonna, domenica pomeriggio a teatro a vedere la favola dei Tre Porcellini che doveva essere per bambini dai tre anni in su ma uno dei protagonisti si chiamava Giggi er Porco e mentre la sala era tutta un riso e uno schiamazzo il Bruco restava impassibile con la faccia seria seria che pareva me quando per lavoro dovevo andare alle anteprime dei cinepanettoni (così piccolo e già culturalmente avanti, bbello de mamma tua).
Gita finale a una festa di via con la zia Lidia e annesso slalom ("Guarda mamma, ci sono i palloncini a forma di moto!" "Ma dove amore? Io non li vedo")

E niente, alle ore 21.30 di ieri, dopo una girandola senza sosta di autobus-camminate-luoghi-persone, gli ho detto: "Bruco ma non sei stanco? Perchè io sto per accasciarmi al suolo, qui, ora, in bagno e senza pigiama"
"No, mamma. Io sono Olverin"
L'ha detto sventolando un pugno e con l'espressione da duro.
Intendeva Wolverine, la sua ultima scoperta in fatto di supereroi.

"Ah ecco. Mi sembrava"
"Anche tu mamma sei un superoe?"
"Non lo so, Bruco, tu che dici?"
"Secondo me sì. Siamo due supereroi"

Se lo dice lui bisogna crederci. Siamo tutti supereroi.


venerdì 16 novembre 2012

Mamma mi presti il kindle?

Pochi anni fa avrei azzannato al collo chiunque mi avesse parlato di libri digitali: cresciuta in mezzo alla carta, col mito delle dita macchiate di inchiostro, l'asma da polvere e una valanga di volumi sparsi in ogni dove, sottolineati a matita, maltrattati ma custoditi come sacrari.
Poi è arrivato il Bruco, e il tempo della lettura si è inevitabilmente ridotto, o perlomeno ha cambiato forma.
Il primo mese del Bruco, per la prima volta nella mia vita, non lessi neanche un libro: non a caso poi ricominciai da Bonjour, tristesse della Sagan, uno tra quelli assiepati da tempo nello scaffale "whislist"; poi appena ho ripreso a lavorare ho iniziato a leggere avidamente durante il tragitto casa-lavoro.

E considerato che nella mia borsa c'era sempre una quantità di cose "che voi umani non potete neanche immaginare"... ho valutato l'idea di un e-reader. Un lettore digitale. 
Quell'aggeggio di cui esistono varie tipologie e varie marche e che è al centro di un dibattito internazionale carta stampata versus parola digitale.
Vabbè, ho valutato... diciamo che ho iniziato a ripetere come un mantra "voglio il Kindle voglio il Kindle voglio il Kindle", e il Kindle è poi magicamente arrivato a Natale.
Primo libro digitale letto, l'ultimo di Stephen King.
Cioè, che libro. 767 pagine di bravura narrativa.
E la goduria che queste pagine non pesassero pressochè niente.
Così sono diventata una lettrice digitale.
Anzi una lettrice ibrida, perchè su carta leggo ancora molto.
Soprattutto su carta leggo i libri del Bruco, che è un lettore formidabile.
Un lettore che sta crescendo sfogliando le pagine dei libri di carta ma che sa benissimo cos'è un lettore digitale, perchè me lo vede usare e perchè ogni tanto lo prende e ci pasticcia.

"Mamma mi presti il Kindle?"
"Per farci cosa Bruco?"
"Per vederlo"
"Ma ci sono solo i libri della mamma lì sopra, amore, non ti interessa"
"E perchè non ci sono le figure?"

Già perchè non ci sono le figure? Fondamentalmente, se il settore del libro digitale è ancora agli albori, figuriamoci quello del libro digitale per bambini che si porta con sè una serie di problematiche tra cui l'accesso ai bambini di dispositivi multimediali.
In Italia se ne è parlato lo scorso marzo alla Bologna Children's Book Fair (per chi fosse interessato rimando a questo articolo in proposito), e se ne parlerà proprio a Milano domenica prossima nell'ambito di Bookcity Milano, in un convegno a cura di Happi ideas e Babalibri.

Qui trovate i dettagli del convegno, che si intitola L'editoria per l’infanzia volta pagina. Riflessioni e domande sul futuro del libro per l’infanzia.
Qui invece trovate sia il programma del convegno sia un sondaggio per capire cosa pensano i genitori di app e ebook.
L'hashtag per il convegno è #futurolibroinfanzia.

Qui sotto invece trovate The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore, il corto vincitore dell'Oscar 2012 come miglior film di animazione. 
Parla di libri, di lettori, ed è bellissimo.






lunedì 1 ottobre 2012

Piccoli ciclisti crescono

E' difficile da credere, e da spiegare, ma quando si diventa genitori si diventa anche improvvisamente più intolleranti verso chiunque non rispetti le regole del vivere civile.
Traduzione: già crescere un bambino è uno sbattimento immondo, se poi la comunità ti mette pure i bastoni fra le ruote ecco che diventi un iena feroce e assetata di sangue.
Per l'esattezza, più che di bastoni fra le ruote, stiamo parlando di ruote sui marciapiedi: perchè sì, il milanese medio ha come priorità di vita quella di trovare un parcheggio per la sua auto, quindi spesso e volentieri, se vede un marciapiede libero, ci si fionda a sfregio dei pedoni, e del senso civico.

E lì arrivi tu, in principio mamma con carrozzina, poi mamma con passeggino, poi mamma con treenne sul triciclo, poi mamma con treenne kamikaze sul monopattino, fino a giungere alla bicicletta senza rotelle.
Il tutto declinato nelle diverse versioni: con ombrello, con capottina parapioggia fradicia, con sacchetti della spesa rotti, con sacche dell'asilo ricolme di bavaglie chiazzate di sbobba verdurosa, il tutto anche nell'opzione "in contemporanea".
E mentre tuo figlio acquista velocità sfrecciando lungo il marciapiede tu visualizzi la macchina di turno parcheggiata in front of you e maledici il genere umano.
Inizi col maledirlo in cuor tuo. E finisci, come faccio io a tutt'oggi, a urlare come una pazza sul marciapiede ingombro contro lo stronzo di turno, che ti costringe a scendere con tutto il tuo carico di roba, sacchetti, figlio, passeggino, monopattino, e chi più ne ha più ne metta.

"Brucooooooo! Ti ho detto che devi andare piano col monopattino! Non vorrai mica fare come il papà quando era giovane!"
"Cos'ha fatto il papà, mamma?"
"Si è schiantato col motorino nel retro di un autobus..."
"Ma qui non c'è un autobus, mamma"
"Però c'è una macchina, vedi? La macchina di qualche maleducato (e su questa parole alzo il tono di voce come si conviene a una sciura malmostosa e borbottante) che ancora non ha capito che i marciapiedi vanno lasciati liberi!"

Qualche giorno più tardi.

Diretti verso il parco con la bicicletta, su un marciapiede.
Una signora parcheggia una Golf proprio mentre noi stiamo arrivando.

"Aspetta, Bruco, fermati. Anzi attraversiamo, và"
Ovviamente il Bruco non aspetta.
Pedala come un forsennato fino alla Golf, e mentre la signora sta scendendo la apostrofa: "Signora, la sua macchina è proprio maleducata".
Io mi guardo intorno per cercare un'eventuale riserva a cui far impersonare la madre del Bruco al posto mio, ma la "signora" lo ignora bellamente, chiude la portiera e si allontana.

"Bruco... senti... perchè non fai come il papà quando era giovane e lanci la bicicletta a tutta velocità contro la portiera di questa macchina?"
Lo penso. Ma non lo dico. Non si può.
Perchè ai bambini bisogna insegnare le cose per come dovrebbero andare, non per come vanno.
Certo non che lo status quo aiuti granchè, in certi casi.

"Mamma perchè non ci sono le strade anche per le bici?" incalza lui.
"Eh. Bella domanda. E' che devono ancora costruirle. Però da qualche parte ci sono"
"E quelle per i monopattini?"
"Eh, adesso... Non esageriamo. Andrebbe già bene se la gente rispettasse le regole della strada normale"
"La gente è proprio maleducata, mamma"
"Hai ragione, Bruco. Però magari non andare in giro a dirlo a tutti"






martedì 11 settembre 2012

Pavè. A breakfast post

Diciamolo chiaramente: i locali baby friendly in Italia non è che siano poi molti.
Milano non fa eccezione.
Ma soprattutto è difficile trovare luoghi capaci di accogliere tutti trasversalmente, che siano bambini o studenti universitari, che abbiano l'outfit giusto (scusate, da poco ho imparato questa nuova parola molto in voga tra le fashion victims milanesi e volevo usarla a tutti i costi un po' a presa di culo) oppure calzino Birkenstock e indossino pantaloni col cavallo basso.
Diciamo che di solito il confine è piuttosto marcato: ci sono i locali in cui i bambini sono ammessi e a volte auspicati, e quelli in cui se per caso ne porti uno ti guardano schifato e iniziano a grattarsi perchè in molti hanno l'allergia, ai bambini, e sono segretamente iscritti al movimento Childfree (che per la cronaca esiste davvero, non è una mia invenzione).

E poi succede che qualche volta trovi un posto che entri, lo guardi, pensi che è troppo bello e ben frequentato e che "adesso prendo una brioche al volo e me ne esco prima che il Bruco mi faccia vergognare", e invece poi vai in bagno e ci trovi il fasciatoio. E il seggiolone.
E non ci puoi credere. E ti dici che quindi esiste un mondo in cui possiamo convivere tutti insieme nella bellezza e nella bontà, un mondo dove io madre 34enne esente da qualsivoglia crisi da outfit (scusate, c'ho preso gusto) non mi devo autoghettizzare davanti al 25enne hipster che legge NME icons sul suo MacBook. Che anzi possiamo condividere lo stesso tavolo, e che due sedie più in là c'è un pensionato che legge la Gazzetta dello Sport.


Esiste, da qualche mese, a Milano, e si chiama Pavè.

Non l'abbiamo trovato per caso passeggiando, ci siamo andati diretti perchè uno dei tre ragazzi che l'hanno creato, in tempi ormai lontani è stato uno degli stagisti dell'Interista, per l'esattezza "il più in gamba degli stagisti" dice lui (e lo dimostra il fatto che prima è emigrato in Australia e poi ha scelto un altro lavoro).

Da Pavè, mercoledì scorso, ore 10.25.

Il Bruco entra e si svacca su una delle poltrone vicine alla vetrina.

"Mamma è molto comoda questa poltrona. Posso togliermi le scarpe?"
"Ehm. Facciamo che per adesso le tieni"

Non ho neanche finito di rispondere che lui  è già andato al bancone, da solo.

"Signora vojo un succo, peppiacere"
"Come lo vuoi?" gli chiede la fanciulla al bancone.
"Di pesca. Lo vojo nel bicchiere grande"

E così abbiamo fatto colazione, con in sottofondo The Mojomatics - "You are the reason for my troubles" che era il disco Pavè della settimana (ogni settimana ce n'è uno, in rotazione dal martedì al venerdì, dalle 10 alle 11), e due piattini con una brioche liscia e una 160, che dovevano essere per me e l'Interista e invece se le è spazzolate il Bruco, perchè se c'è una cosa di cui non vi posso spiegare la meraviglia sono le brioches di questa bakery.

Andateci e mangiatene tutti.
Guardate al di là del vetro nel laboratorio artigianale a vista da cui le sfornano, dopo averle impastate con burro e lievito madre. Guardate i dolci monoporzione al bancone. Assaggiate il pane fatto da loro. Guardatevi intorno e sorridete.
Poi aprite una dispensa e prendete un libro. Ci sono anche libri per bambini, nel caso non vi andasse di leggere la Repubblica. Come fareste a casa vostra.
C'è anche il wifi gratis. La mattina in cui ci siamo andati noi la password era "buongiorno".


lunedì 27 agosto 2012

Post-Vacanza

Siamo tornati. E' stata dura ma ce l'abbiamo fatta.
A superare un agosto torrido e faticosissimo - perchè chiunque abbia dei figli sa che le vacanze sono il momento più faticoso dell'anno, quello in cui non respiri neanche due minuti, quello in cui guardi la popolazione childfree sdraiata a leggere un libro vista mare e tu sospiri perchè attaccata alla tua gamba c'è un cozza parlante che vuole fare il castello di sabbia/il bagno/la partita a biliardino/la corsa fino al bagnasciuga e altre rilassanti attività estive.
E lo dico col massimo rispetto verso le madri che hanno due figli o anche tre, chè alla fine io ho solo il Bruco. Solo, si fa per dire.
Per inaugurare il nuovo anno lavorativo vi faccio qui di seguito un breve sunto dei momenti salienti della nostra trasferta toscana, così da farvi partecipare e anche rivalutare le vostre ferie nel caso non fossero andate proprio come avreste voluto.

Giorno 11.
Pranzo sotto l'ombrellone.
"Bruco vuoi la frutta?"
"Sì, la banana"
"Eccola"
"Noooooooo!!! Non la vojo così!!! Buttala viaaaaaaa!"
(nella sua terza estate il Bruco si è specializzato in scenate isteriche)
"Oddio, ma cos'ha che non va questa banana?"
"La vojo nuda!"
La vuole nuda. Come diceva la Sora Lella, 'nnamo bbene.

Giorno 13.
"Mamma perchè abbiamo cambiato casa?"
"Non abbiamo cambiato casa, questa è la casa del mare"
"Non mi piace. Vojo tornare a Milano"
Per la serie "Piccoli milanesi crescono".

Giorno 14.
Il Bruco è riuscito a strapparsi i braccioli. Non di dosso, no, ha proprio squarciato la plastica.
Pertanto ha ricevuto in eredità i braccioli della sua cuginetta.
In mare.
"Ciao, giochiamo insieme?" chiede al Bruco una fanciullina un po' cicciotta e coi capelli ricci.
"No" risponde lui girandosi dall'altra parte.
"Perchè non vuole giocare con me?" mi dice la bambina.
"Mi dispiace, lui è un po' timido" lo giustifico io.
"Ah ma è un maschio?" chiede lei con occhi sgranati
"Sì..."
"E perchè ha i braccioli di Hello Kitty?"
Non c'è niente da fare. Viviamo in un mondo in cui l'identità sessuale è definita da colori e simboli.
Se sei targato Hello Kitty sei per forza una femmina, se hai il cappellino di Spiderman sei per forza un maschio. Ho provato a spiegarlo alla piccola, ma è fuggita via chiamando la mamma.

Giorno 16.
Nel mezzo di un pranzo sotto l'ombrellone, tra un chicco di farro e un pomodorino.
"Forza Juve"
"Scusa, Bruco???"
(all'Interista è andato di traverso quello che aveva in bocca, ha iniziato a non respirare e poi a dire cose che di solito non si dicono a un bambino)
"Calmati Interista, è solo il biliardino. Sai, non esistono solo bambini interisti al mondo"
Nonostante il suo impegno, nonostante abbia continuato a blaterare cose tipo "mio figlio non deve frequentare le merde bianconere", il Bruco ogni tanto dice "Forza Juve".
Ma solo perchè credo che lo diverta la reazione del papà e sentire tante parolacce in una volta sola.

Giorno 18.
"Bruco, stasera la mamma và al cinema con lo zio Balo a vedere un film muto"
"E io?"
"E tu vai al parco col papà e col tuo amichetto Victor"
"Però quando io divento grande e tu piccola posso andare in giro anch'io?"
"Non credo che diventerò piccola, però sì, quando diventi grande puoi andare in giro anche tu"
"Con la moto?"
"Non t'allargare, Bruco".
Neanche tre anni, e mi fa queste richieste. No ma sono tranquilla, eh. Non ho già il patema, no.

Giorno 19.
In attesa di tornare dal mare, stazioniamo all'ombra sotto il programma del cinema estivo all'aperto.
Arriva l'addetto e cambia locandina: domani danno The Avengers.
"Mamma! Guarda!" dice il Bruco indicando Thor "ma quello è il papà!"
Bruco. Tuo padre è anche un bel ragazzo, ed è pure biondiccio. Però no, fidati che non è lui.
(Anche se effettivamente, per lavorare dove lavora, un po' supereroi bisogna essere).

Giorno 22.
E' l'ultima sera di vacanza. Mangiamo la pizza in compagnia in un ristorante del paese.
E' gremito di gente, clima rilassato, tutti che parlottano e sembrano contenti in questa sera d'agosto che volge al termine. Il Bruco ha voluto ordinare da solo. Ha chiesto "una pizza molle".
Il cameriere mi ha guardata basito.
"Non si preoccupi" dico io "è solo che non gli piace la crosta".
Dopo aver mangiato la sua pizza molle, è sceso dalla sedia, si è diretto verso di me tutto serio, e in uno spazio di tempo brevissimo mi ha infilato la mano sotto la maglietta gridando "tetta!!!".
Il brusio di fondo si è bloccato d'improvviso, la folla di teste si è girata verso il nostro tavolo e io non ho potuto far altro che augurare a tutti buon appetito.

Ora sono a lavoro. Nessuno mi ha chiamato mamma nelle ultime 3 ore tirandomi per i pantaloni. Nessuno mi ha chiesto banane nude, nessuno ha detto "forza juve" e nessuno mi ha infilato mani nella tetta. E insomma, un pochino mi sembra di essere in vacanza.





venerdì 27 luglio 2012

La prima ultima volta

Insomma ci siamo: oggi è l'ultimo giorno di asilo nido del Bruco.
Due anni (scolastici) vissuti pericolosamente.
Quando ci è entrato manco camminava, non spiccicava parola e mangiava inenarrabili sbobbe salutistiche.
Adesso gioca a pallone, non sta mai zitto e ogni volta che squilla il citofono chiede se è l'omino della pizza.
Come dire, qualcosa è cambiato.
E qualcosa no: dopo due anni, è sempre una cozza attaccata alla mia gamba mentre tento improbabili fughe dalla classe "Farfalle", tutte le mattine piange e chiede perchè devo andare a lavoro (cosa che peraltro anche io mi chiedo tutte le mattine, poi apro il conto corrente online e trovo la risposta).

E mi è venuto un po' il groppo, stamattina, accompagnandolo per l'ultima volta, perchè i momenti in cui ti rendi conto che il tempo passa ti fanno sempre un certo effetto, poi io soffro di sindrome dell'abbandono quindi mi sa che oggi pomeriggio mi attaccherò alla gamba dell'educatrice e improvviserò una scenata partenopea per commemorare la transizione.

Transizione di cui lui, il Bruco, nè s'accorge nè si ricorderà: alzi la mano chi si ricorda l'ultimo giorno di nido, o di scuola materna. Di solito uno si ricorda il primo giorno di scuola elementare, e quello della maturità. Al limite l'esame di terza media.
Perchè dei primi anni di vita, che pare siano così importanti nel definire la personalità di un individuo, nessuno si ricorda una beata fava.

Però questa è a tutti gli effetti la nostra "prima ultima volta", e bisogna darle un po' di enfasi, perchè non si può sempre lasciarsi passare le cose addosso: a volte bisogna fermarsi e dire "ecco, questa sembra una giornata normale e invece è una soglia".

Andando all'asilo, stamattina, ore 9.12.

"Bruco, oggi è l'ultimo giorno di asilo! Poi è finito per sempre!"
"Sì, mamma. Ricordati le mie ciabatte rosse che se no al mare come faccio senza le mie ciabatte rosse"
"Amore hai capito cosa ti ho detto?"
"Sì, mamma. E tu?"

Sorrido. Neanche tre anni e ha già imparato a fare il finto duro.

Allora grazie, asilo nido pubblico del Comune di Milano, per noi sono due anni da ricordare.
Non per la struttura che avrebbe bisogno di un bel po' di manutenzione, nè per la gestione amministrativa che ha numerose falle, ma per le persone che sono state giorni e settimane e mesi accanto al Bruco e l'hanno fatto crescere, in modi diversi e complementari ai miei.

A proposito di ultimi giorni: noi domattina si parte per la Toscana, quindi gli aggiornamenti saranno meno frequenti e più iodati.


venerdì 18 maggio 2012

Notte prima delle... graduatorie

Se c'è una cosa che nella vita non cambia mai, è che si cambia in continuazione.
In maniera impercettibile, che te ne accorgi sulle grandi distanze. Tipo quando ti chiedono il certificato di laurea per una pratica di lavoro e ti accorgi che, ops, sono passati 10 anni.
Come 10 anni??? Ma non era l'altro ieri che brindavo con le bollicine alla fine degli esami?
Cosa ho fatto negli ultimi 10 anni???!!?
Prossima domanda?

Ed è così che pochi giorni fa aspettavi con ansia i risultati dello scritto di latino e oggi aspetti con ancora più ansia (possibile?) le graduatorie della scuola materna.
Mi rendo conto che per chi non ha figli tutto ciò è pura follia: ma se credi nella scuola pubblica e nel contempo non vuoi passare i prossimi tre anni della tua vita svegliandoti alle 6 per portare tuo figlio dall'altra parte della città, insomma un po' d'ansia è più che motivata.

Da settembre il Bruco entrerà nel magico mondo della scuola materna: quel luogo dove teneri e innocenti nonancoratreenni entrano in contatto con bimbi più grandi, imparano parolacce mai udite prima (ma forse il Bruco in questo sarà avvantaggiato), vengono a conoscenza delle legge del più forte, smettono di fare il sonnellino pomeridiano, vengono assegnati al tutoraggio di un bambino grande che se è una femmina ti scassa le palle tutto il giorno, e se è un maschio ti mena senza farsi accorgere dalle maestre. Yuppi.

Ma tutto ciò era ancora da venire fino a stamattina, quando sono uscite le graduatorie delle scuole all'infanzia del Comune di Milano.
Dove sta la suspence, vi chiedete?
Nel fatto che ci sono troppi bambini per i posti disponibili, e molti restano "in lista d'attesa", una specie di limbo dal quale non si è certi di uscire nè si sa quando.

Ragion per cui, nei giorni scorsi, il parco brulicava di madri angosciate tra le quali era possibile ascoltare le seguenti conversazioni:

"Ma tu quanti punti hai?"
"Io sto a a 3.5"
"Ah poverina... io ho 5 punti"
"Però mio figlio è nato a maggio" (impercettibile gesto dell'ombrello)
"Ah già... beh ma io ho il contapassi favorevole"
"Io ho un punto e venti in più per il secondo figlio"
"Sì però tu lavori part-time" (altro gesto dell'ombrello)

Insomma una specie di Mum Wars non dichiarata, una gara a chi è più sfigato, perchè poi alla fine stiamo parlando di un diritto fondamentale: mandare tuo figlio in una scuola decente senza chiedere un (secondo) mutuo in banca.

Insomma stamattina sono arrivata in redazione e mi è partita (come ad altre diecimila mamme di Milano), la sindrome da clic complusivo. Peccato non ci fosse un contest perchè secondo me avrei vinto il premio per più clic al nanosecondo, il "clic d'oro", tipo.

Poi, all'improvviso, sono apparse: ho pensato qualcosa tipo "cazzo e se mi hanno bocciata? Ma no non è mica la maturità, dai apri l'allegato".

Il Bruco è un bambino fortunato. Per un sacco di motivi molto più importanti di questo, ma anche avere un posto alla scuola pubblica nel parco vicino a casa è una piccola fortuna.
Ci sono diversi bimbi però, suoi amichetti o compagni di classe, che sono rimasti nel limbo della "lista d'attesa". Un limbo che a Milano, tra nidi e materne, conta 2000 unità.

E niente, a parte che mi dispiace un sacco perchè poteva capitare anche a noi, io penso che sia ora di smetterla di costruire case che non compra nessuno e di cominciare a costruire asili e scuole.

Qualche giorno fa, a casa di Orlando.

"Bruco lo sai che dopo le vacanze andrai in una scuola nuova? Una scuola di bimbi grandi?"
"Non vojo"
"Ma perchè, amore?"
"Io sono piccolo mamma. Sennò non avevo il pannolino"

Quando si dice avere le idee chiare.