venerdì 1 settembre 2017

Filastrocca del primo settembre

DUE MAMME, TRE PAPA’

C’era una volta un “c’era una volta”:
cominciava una fiaba balzana
che era nata piuttosto giovane
ma voleva essere anziana.

Dentro c’era (una volta, e per sempre)
un bambino dal naso un po’ buffo
lo guardavi negli occhi profondi
nei sorrisi potevi farci un tuffo

Un mattino che il sole non c’era
fece “Mamma, vorrei dirtene una” 
e tirò la gonnella leggera
attirò quel volto di luna

“Sei la mamma più bella, confesso
ma ne vorrei un’altra lo stesso
e poi anche, se non ti dispiace,
tre papà, dall’ampio torace”

Quella mamma interruppe la zuppa
lasciò il fuoco, il mestolo dentro
mani ai fianchi come un capotruppa
come cuore colpito nel centro.

“Ah, ti serve una madre di scorta?
E di padri ne vorresti tre…
spiega un po’!” facendosi accorta,
chiese al bimbo davanti a sé.

“Una mamma in più può servire
quando il sole al mattino si alza
ad alzarsi per farti dormire
a giocare quando il sonno incalza”

“E perché tre papà?” chiese lei
che già sorrideva al bambino
(e prendeva anche questo momento
ne faceva un ricordo piccino)

“Se dobbiamo giocare a pallone
 di squadre me ne servono due
e se arriva un’ammonizione
farò goal con che gambe, le tue?

Un portiere e un centrocampista
fanno due e con me sono tre
poi un quarto, del calcio un artista
e la partita si fa da sé”

Una mano si stacca dal fianco
copre al volo una storta risata
c’era una volta (e sta ancora ridendo)
una mamma assai fortunata.

mercoledì 26 luglio 2017

Gelosia canaglia

Un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre, il buon vecchio William la definiva così. E ultimamente sembra aver affittato una stanza a casa nostra. Nata insieme a tuo fratello, quasi a corredo, è rimasta a lungo silente, un'ombra, un sospetto, un momento.
Ora ha preso possesso dei tuoi gesti e delle tue parole: preferisci lui a me, questo è il refrain di ogni giornata, e se per un po' mi son detta che è normale, tra fratelli, la gelosia, adesso comincio ad avvertirne l'ingombro.
E' vero, tuo fratello è il mio preferito. E' facile preferirlo: è ancora un cucciolo, non sbaglia un congiuntivo, è autonomo, ama i libri, ama nuotare, colora dentro i bordi, è capace di entusiasmo per le piccole cose, canta a qualunque ora del giorno con voce baritonale e mimica da attore consumato, non ultimo è esteticamente identico a me. E' capriccioso, vero, ma ha 3 anni e mezzo e ci si passa sopra.
Tu, che non sei mai stato capriccioso e che sei un clone di tuo padre (però più bello), sei tutt'altro che facile: hai certe asperità che - all'alba dei 40 lo so con certezza - niente potrà smussare, parli poco e spesso non rispondi a domande ripetute, non spieghi, sei vittima di attacchi di rabbia difficili da contenere. Sei permaloso, cocciuto, poco propenso alla lettura, pigro e trasandato. Vivi per aria, in mondi a noi inaccessibili, e spesso ti troviamo sdraiato per terra, perso in chissà che universi.
Sei definitivamente, tragicamente, inspiegabilmente uguale a me, nel carattere, nei difetti, nella lentezza e in un sacco di altre cose per cui mi riesce difficile preferirti, perchè preferire se stessi è sempre difficile, soprattutto per quelli come noi che si sottopongono a perenne autocritica. Che io, all'alba dei 40, ancora non mi sono accettata del tutto e la lotta è costante.
Non posso preferirti, è vero, ma posso amarti, amarti in maniera sbilenca e passionale, amarti catullianamente, proprio come amo me stessa, a giorni alterni, d'amore puro e inclassificabile, quello che non conosce compromessi e se li conosce li schifa. E lo so, me ne accorgo, che nei miei occhi, guardacaso verdi, vedi ondeggiare quel mostro, e la gelosia ti afferra.
Cosa sarà meglio, essere preferito o essere amato pazzamente? In ogni caso, preferire è facile, amare no. Perciò ti chiedo scusa in anticipo, Bruco, della gelosia che involotariamente ti provoco: e sappi che quando sbrocco perchè stai sdraiato sul pavimento invece di "fare qualcosa di utile", in realtà sto sbroccando con me stessa, io che passo le giornate a fare cose utili ma ho una voce dentro che mi dice "sdraiati, sdraiati sul pavimento e resta, resta e sogna".
Com'era? Siamo fatti della materia di cui sono fatti i sogni... e nello spazio e nel tempo di un sogno...


domenica 26 febbraio 2017

Tre

Quando sei nato mi sono detta: "Devo resistere tre anni. A tre anni c'è la svolta".
Come se tre anni fossero qualcosa che puoi ponderare, a cui puoi dare dei confini fisici, qualcosa che puoi dominare.
Ma col tempo si sa, e coi figli - che sono una delle più perfette emanazioni del tempo - anche, è tutta una questione di percezioni. Giornate di febbre che sembrano interminabili, mattine in cui ti alzi e li guardi e ti dici che no, non può essere vero che tu sia già così grande (questi sono i momenti "vecchia zia in occasione di festività o celebrazioni", non dobbiamo vergognarcene, prima o poi siamo tutti vecchie zie).
Insomma ci siamo, Né: oggi sono tre anni, di compressioni e storpiamenti del tuo nome (sei stato Neni, Nessi, Enesito, Ene e chissà cos'altro), tre anni di compressioni e calci in un letto che sarebbe piccolo anche in king size, tre anni di incazzature e stupori per il tuo carattere e le tue doti, sorprendenti in positivo come in negativo.
Certo, ormai sei grande. Vai in bagno da solo e pretendi che la porta venga chiusa. Pretendi anche di pulirti da solo, e ti giuro che lo apprezzo tantissimo, ma forse meglio rimandare a quando avrai capito la meccanica e la fisica del rotolo di carta igienica. Che qui scopriamo altri pianeti, ma in qualche modo dobbiamo sempre passare da lì, per crescere: imparare ad autoaccudirci.
Ormai sei grande, parli come tuo padre, meglio di tuo padre, e soprattutto più di tuo padre, e questo va quasi oltre le leggi della natura, perchè non è davvero possibile che un essere così piccolo parli così tanto e così a lungo, e con così tanti argomenti, senza che la voce perlomeno gli si abbassi.
Persino la tua maestra ogni tanto ti implora "Enea, ti prego, stai zitto". Ma tu hai proprio l'urgenza autobiografica, si capisce.
Ormai sei grande, vuoi fare i compiti come tuo fratello, scrivere come tuo fratello (peccato che lui scriva sui quaderni e tu abbia reso il nostro divano la brutta copia di un quadro di Keith Haring), vuoi andare in piscina come tuo fratello, vestirti come tuo fratello, giocare a calcio come tuo fratello (e invece tuo padre sta inspiegabilmente per regalarti un canestro da muro). Forse vuoi essere come tuo fratello conscio del fatto che nulla ti è andato come a lui, il primo figlio, l'incredibilmente bello, il simpatico, il dolcissimo, quello che ha avuto tutto, dai corsi di musica a quelli di acquaticità passando attraverso i laboratori di cucina vegana, i workshop su Munari e gli spettacoli d'opera per bambini alla Scala. No, tu sei il secondo. Un po' brutto anatroccolo, un po' meno simpatico, parecchio più rude. Per te niente corsi nè teatri, solo dei grandi abbonamenti all'amoxicillina e al doposcuola.
Ormai sei (quasi) grande.
E' che poi scende la notte, leggiamo un libro, ti rimbocco le coperte, e quando torno a spegnere la luce un paio d'ore dopo... ti trovo nel letto di tuo fratello, accozzato, a voler rimarcare che, sì, siete diversi, ma respirate dello stesso respiro.
Perchè sei grande, ma hai dei residui di piccolinità - mi perdoni il neologismo osceno l'Accademia della Crusca, ma l'amore conosce parole che la linguistica non conosce.
E allora nel buio ti catapulti nei nostri letti, in quello del Bruco o di mamma e papà, perchè l'assenza di luce ti fa paura e - sospetto io - anche tutto quel silenzio, l'assenza di parole.
Strisci al nostro fianco e cerchi il ciuccio, ultimo residuo della prima infanzia, ti ci aggrappi perchè, me l'hai anche detto, forse non vuoi davvero diventare grande.
Sei troppo intelligente per non capire che diventare grandi è bello, sì, ma anche una fatica immonda, il preludio al sopraggiungere di rotture di cazzo a valanga.
E dall'alto di queste valanghe di cui modestamente sono piuttosto esperta, Enea, voglio dirti questo: i brutti anatroccoli sono dei gran fighi anche prima di diventare dei cigni. Anche se sono logorroici, anche se hanno paura del buio e anche se la gente non ha ancora imparato ad apprezzarli.

"Enea, da cosa vuoi vestirti a carnevale?"
"Da gelato"
"Da gelato?!? Ma perchè?"
"Perchè così tutti mi leccano"

Diciamocelo: a uno come te non servono mica, i laboratori per stimolare la creatività.
Tanti auguri, bambino mio quasi grande.

giovedì 2 febbraio 2017

Clic

E' solo che a volte la vita è più veloce del nostro raccontarla.
Capita di avere quasi quarant'anni e svegliarsi una mattina e chiedersi cosa si farà da grandi.
Scoprire che a vent'anni si avevano le idee molto più chiare.
Sì perchè io penso che questa storia che quando si è giovani si hanno le idee confuse sia un po' una stronzata. Quando si è giovani è tutto limpido, mi azzardo a dire "scintillante".
Comunque.
Io e il Bruco torniamo sempre a casa da scuola a cavallo della nostra bici, sotto l'acquetta e avvolti ben bene dall'inverno, e quello è il suo spazio di racconto, mentre io cerco di restare in bilico sulle ruote spesso sgonfie.
Qualche giorno fa mi parlava dell'universo.
Ha posto la fatidica domanda "da dove viene il mondo?", e io gli ho spiegato del Big Bang e tutto il resto, gli ho anche accennato alla teoria della creazione da parte di Dio, giusto per via delle pari opportunità, anche se lui poi ha detto che vuole fare lo scienziato e quindi siamo tornati alle stelle.
"Quindi nell'universo quante cose ci sono, madre?" (ha cominciato a chiamarmi "madre", temo sia un prodromo di adolescenza)
"Un sacco, Bruco. Le galassie, i pianeti, i buchi neri..."
"Ah, sì, ho letto qualcosa! I buchi neri sono stelle morte vero, madre?"
"No, Bruco, qui l'unica stella morta sono io se continuo a pedalare su questa carretta con sopra te, me, il tuo zaino, la mia borsa e tutte le nostre domande!"
La bici ha sbandato e lui ha riso.
Quel riso cristallino di quando hai le idee chiare, non so se mi spiego.

Ieri pomeriggio, a cavallo della solita bici, ore 17.10.

"Oggi abbiamo fatto un compito bellissimo, madre"
"Raccontamelo"
"Il titolo era: cosa disegnerei se avessi una matita magica"
"E tu cosa hai scritto?"
"Se avessi una matita magica,  disegnerei per mia madre una vita a Paris"

Ho sentito un clic, da qualche parte. E' la bici, mi sono detta.
Ma no, era dentro di me. Qualcosa ha fatto clic.
Lui ha le idee chiare. Per se stesso, e anche per me.

La bici deve continuare ad andare, ma non deve mai essere troppo veloce da non poterci raccontare sopra delle storie, nel frattempo. Chiaro, no? Mi azzardo a dire "scintillante".

Ps: ha scritto Paris, invece che Parigi. Doppio, triplo clic.

martedì 20 dicembre 2016

Il calcio (non) è uno sport da stupidi

A volte piove, di quella pioggia che non è violenta ma insiste ore e rende l'erba così bagnata che pensi non asciugherà mai più. A volte, d'inverno, c'è un sole anemico che non scalda niente ma mette di buonumore, e però fa freddo, così freddo che dopo un po' fai fatica a piegare le dita delle mani, e quelle dei piedi forse non ce le hai più.
Qualunque tipo di giorno sia, se è giorno di allenamento si va in campo. Orlando esce da scuola con quelle sue gambe lunghe e dinoccolate, e trotta verso gli spogliatoi con la borsa che è più grande di lui. E' lento, ci mette un sacco: s'infila la termica, le calze arancioni che gli arrivano alle ginocchia, i parastinchi no "perchè neanche papà li porta, mamma". Poi, quando non li dimentica, afferra i guantoni da portiere, e va, insieme agli altri. A giocare, su un campo, al gioco del calcio.
Da tre anni, ormai. Con lui, insieme agli altri bambini, un piccolo gruppo di giovani allenatori che studiano all'università, scienze motorie o altro, pagati due lire, ma si vede che non sono lì per i soldi.
Due volte a settimana, e poi nel weekend una partita o due, tre, un torneo.

A me il calcio non è mai piaciuto. Mio padre ci giocava, credo fosse un terzino. Tifava la Juve, leggeva la Gazzetta ogni santo giorno, e si dispiaceva perchè nessuno dei suoi figli maschi aveva ereditato le sue gambe e la sua passione. Il padre dei miei figli di calcio vive, tanto che non capiamo più dove finisce la vita e inizia il lavoro. Probabilmente su quel confine sta un campo di calcetto dove va a giocare con la squadra una volta a settimana, nonostante tutto dica che è ora di smettere.
A me il calcio continua a non piacere, neanche lo capisco, non so quante volte mi sia fatta spiegare cos'è il fuorigioco.
Ma quello che mi piace ancora meno è sapere che quando un compagno di Orlando chiede ai genitori di andarci a giocare questi gli rispondano "No, il calcio è un gioco da stupidi".
Non mi piace il pregiudizio, non mi piace lo stigma.

Tra le persone che frequento sono in tanti a pensarla così, e io penso sinceramente che non sappiano di cosa parlano. Penso che nel loro immaginario ci siano frotte di genitori idioti che si accapigliano sugli spalti, come a volte è stato riportato anche dalle cronache. Penso che i genitori idioti li trovi anche ai bordi di un campo di basket o a un incontro di judo. E che forse, come dice l'Interista, è solo una questione statistica. Più bambini, più genitori, più idioti.
Soprattutto penso che quelli de "il calcio è un gioco da stupidi" non abbiano rispetto per tutti i bambini come Orlando, e sono tanti, che giocano perchè gli piace, che s'impegnano, che sono disponibili a imparare, che sono capaci di divertirsi. Non hanno rispetto per i genitori come me, che lavano scarpette e calzoncini venti volte a settimana, che si alzano prima per preparare una borsa, che si caricano il figlio in bici e lo accompagnano al campo, che rinunciano a fare altro nel fine settimana perchè c'è un torneo. O forse in virtù di questo giudicano un'idiota anche me, chissà.

A me il calcio non piace, ma mi piace sapere che mio figlio, oltre la scuola ca va sans dire, s'impegna in qualcosa, impara, sta all'aperto, si diverte, costruisce relazioni.
Amo vederlo quando si tuffa per parare un goal, amo il suo sguardo assorto mentre s'infila i calzettoni, amo persino quando esce dallo spogliatoio dopo la doccia e mi farfuglia che ha perso un pezzo di divisa, perchè lui è forse più un sognatore che un calciatore, ma questo non conta.
Lui è soprattutto un bambino a cui piace giocare al gioco del calcio. Forse si stancherà domani, forse andrà avanti fino a quarant'anni (e oltre?) come suo padre, come il mio che non c'è più e che avrebbe voluto accompagnarlo, ne ho certezza, a ogni partita.
A me il calcio non piace, ma mi piacerebbe vivere in un mondo in cui giocare a pallone non sia considerata una cosa da decerebrati, un mondo in cui mio figlio può interessarsi di calcio e anche a Mozart, parare rigori al pomeriggio e leggere i miti greci la sera.
Il fatto è che io di genitori che si accapigliano sugli spalti in tre anni non ne ho ancora mai visti.
Di genitori idioti ne ho visti invece parecchi.
E, signori, la maggioranza di loro non era a bordo campo.


venerdì 7 ottobre 2016

Sette

Qualcuno dice che crescere sia la cosa più difficile del mondo.
Perchè ci obbliga a lasciare le nostre zone di conforto, a esporci, guardarci nuovi, non riconoscerci.
Perchè non si smette mai, e chi s'illude di aver finito semplicemente si perde il meglio.
Ma ultimamente penso che ci sia qualcosa di più difficile del crescere: veder crescere.
Una cosa da diventarci matti, che contiene in sè tutto il mistero dell'evoluzione del genere umano.
Sono sette anni oggi, Bruco, che ti vedo crescere, e non mi capacito.
Non di "quanto sei cresciuto", che queste son cose da vecchie zie - con tutto che hai quasi il mio stesso numero di piedi ed è una cosa abbastanza inquietante.
Quello di cui non mi capacito è la distanza che il tempo ha messo tra noi: inseparabili prima, poi vicinissimi, poi vicini, poi sempre meno, fino a non riconoscere a volte certi tuoi modi di fare, alcune passioni, determinate espressioni. Che fino a un certo punto mi pareva proprio di sapere tutto, sapere esattamente da dove proveniva ogni cosa di te.
Ma dice che è così che funziona, che per crescere bisogna anche differenziarsi, allontanarsi, separarsi.
Cosa ti devo dire, ragazzino mio? I grandi amori sono difficili da gestire, sia quando ti bruciano col loro calore, sia quando la distanza spezza le fibre di legami che non sembrava possibile intaccare.
Ti vedo scalpitare a volte, ti vedo allenare quelle ali ancora piccole che ti sono spuntate, ti ascolto ferirmi con quelle risposte che a volte mi dai, mi ascolto ferirti con mille rimproveri, e lo so, ti ho ferito cento volte più di quanto tu abbia fatto con me, nel tentativo tutto sghembo di aiutarti a crescere.
Che poi, chissà in che modo si può aiutare qualcuno a crescere, sono ancora qui che me lo chiedo.
Prima era semplice: darti da mangiare e giocare con te, non serviva altro per farmi amare alla follia.
Eravamo noi due.
Adesso il nostro mondo si è popolato a dismisura: di persone, di contesti, di abilità, di doveri, di strutture. Una montagna di cose, tutta costruita sopra quell'amore puro che era tutto ciò che avevamo quando sei nato. Una montagna che finisce per nasconderlo, inutile negarlo, e ci pesa sopra come un macigno, certi giorni.
Ma è tutto lì, nascosto ma inalterato, e forse l'unica cosa che vale davvero la pena insegnarti, per aiutarti a crescere, è come andartelo a prendere tutte le volte che ne avrai bisogno.
Tanti auguri, Bruco. Dal profondo di quell'amore puro, che per fortuna qualcuno mi ha insegnato ad andarmi a prendere quando ne ho bisogno.

venerdì 15 aprile 2016

Da grande

Tutti, da piccoli, abbiamo pronunciato la frase "da grande voglio fare...", seguita dalle professioni più disparate. Succede poi che qualcuno lo fa davvero, quello che aveva detto di voler fare, ma nella maggior parte dei casi si finisce a fare tutt'altro.
Io ad esempio ricordo che quando me lo chiesero in prima elementare risposi "l'attrice", e proprio quell'anno debuttai sul palco della scuola nel ruolo di Jimmy, il porcellino saggio, all'interno della messinscena di "Insalata di favole". Hai detto niente. Avevo 6 anni.
Poi sono cresciuta, e ho iniziato a cambiare mestieri: archeologa (manco a dirlo, colpa di Indiana Jones), architetto, biologa marina. Ho cambiato un sacco di mestieri, senza mai includere l'unico che mia madre desiderasse veramente, che era "il dottore". Vuoi mettere avere un dottore in famiglia? Con tutto il rispetto per i Jimmy del mondo.
Poi è successo che ho iniziato a leggere, e a scrivere, a leggere leggere leggere, e scrivere scrivere scrivere, e mi sono iscritta a Lettere. La Facoltà dei cazzeggiatori romantici, la Laurea dei "ma poi che lavoro fai", e soprattutto gli Studi di quelli che sanno a memoria le poesie di Guido Gozzano sapendo che a nessuno frega assolutamente niente di questa cosa. Nè tantomeno di Gozzano, e delle sue poesie.
(per inciso, io quei quattro anni li rifarei da capo pari pari perchè ad oggi sogno di fare esattamente quello che facevo in quei tempi, ovvero leggere e scrivere, e basta).

Adesso che ho un figlio seienne, la fase del "cosa farò da grande" è tornata abbomba.
Il Bruco, oltre a non aver capito esattamente che lavoro fanno i suoi genitori, ha cominciato a fare elucubrazioni sul suo futuro.
Il ragazzino è parecchio in ansia, perchè non riesce a dare un nome ai vari lavori esistenti nel mondo.
Prima ha voluto sapere che lavoro fanno quelli che salvano i panda e le tigri dall'estinzione.
Poi ha voluto sapere che lavoro è lo psicologo, e io gli ho risposto d'istinto che è il dottore dei pensieri, ma temo di averlo turbato ulteriormente.
Infine, ieri, si è pronunciato.
"Mamma, io da grande voglio fare il tecnologico!"
"Il tecnologico? Ma in che senso, Bruco? Che mestiere è?"
"Voglio fare come Leonardo Da Vinci. Quello che inventa le cose"
Io sono caduta dalla sedia.
L'Interista si è limitato a razionalizzare: "ma è ovvio, vuole fare l'ingegnere"
Io sono caduta dalla sedia di nuovo.
Perchè con tutto il rispetto per gli ingegneri, una che ha debuttato come Jimmy il porcellino saggio e adesso cazzeggia scrivendo online, il figlio ingegnere non lo può proprio concepire.
"No ma dico, guardalo. E' troppo fico per fare l'ingegnere. Poi ha sempre la testa tra le nuvole, non è mica il suo"
E niente, mi sono sorbita la ramanzina dell'Interista che mi spiegava che i genitori non devono mai avere delle aspettative, proiettare sui figli etc etc etc.
Poi mentre mi spiegava tutta questa storia, che io già la so ma poi metterla in pratica è proprio un'altra cosa, arriva il cucciolo di casa (cucciolo di iena, s'intende) che si lancia dal divano urlando come una scimmia impazzita.
"Guardalo! Guardalo! Lui da grande farà chiaramente il wrestler!" esclama trionfante, con lo sguardo illuminato dall'opzione fisica intravista nel figlio.

Niente. Qualcosa mi dice che tra una ventina d'anni, con un figlio ingegnere e uno lottatore di wrestling, avrò bisogno di un dottore di pensieri.
Magari uno dei vostri figli, che da grande sarà diventato quella cosa lì.